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GIUSTIZIA PENALE E CORONAVIRUS: UNA SVOLTA TELEMATICA CONSERVANDO LE GARANZIE

Il momento emergenziale che stiamo vivendo non giustifica quanto paventato in tema di misure urgenti per la Giustizia penale.

La completa “smaterializzazione” del processo penale, senza criterio, va nella contestata direzione indicata dal Guardasigilli che, dopo la riforma della Prescrizione, anche in questo caso non sembra tener conto dei principi di garanzia.

Il rapporto diretto e personale tra avvocato e cliente (indagato, imputato, ristretto o meno che sia), l’oralità e la partecipazione fisica all’udienza, l’interazione tra le parti del processo, la necessità di “guardarsi negli occhi al fine di cogliere la attendibilità o meno delle dichiarazioni rese” tra le parti processuali, in considerazione della posta in gioco - la libertà dell’individuo - non consentono affatto di tenere le udienze da remoto.

Il Movimento Forense evidenzia come occorra contemperare il diritto alla salute, il diritto alla libertà ed al giusto processo, tutti diritti inviolabili costituzionalmente garantiti, ma nessuno in assoluto superiore agli altri. Tutti e tre, infatti, hanno uguale pregio e tutela.

 

Ciò nonostante, l’attuale periodo può favorire una svolta telematica del settore penale colpito più di altri ambiti, proprio perché ancora prevalentemente cartaceo, dal fermo dei Tribunali a causa del pericolo contagio. E’ arduo per gli amministrativi lavorare in modalità “agile”, da casa.

 

Il carico di lavoro che si sta accumulando diventerà un fardello pesante che graverà sui processi e sui cittadini.

 

Ecco perché il Movimento Forense auspica che talune prassi adottate nel periodo emergenziale, senza però toccare e intaccare il processo, possano diventare definitive, finalizzate ad una migliore operatività e praticità ed a un minor costo nell’interesse della giustizia.

Presupposto indefettibile è che la disciplina dovrà essere omogenea e applicata in tutto il territorio nazionale mediante l’utilizzo dei medesimi supporti informatici. Quindi, consentire che tutti i depositi, nell’interesse di indagati o imputati, siano effettuati a mezzo PEC. E ciò, quindi, anche nel caso di motivi di appello, ricorsi per Cassazione, memorie al giudice o al PM etc.. Stessa cosa dicasi nella possibilità di chiedere copie e rilascio atti in via telematica in tema di 415 bis c.p.p, di richieste di archiviazione e con la possibilità di depositare a mezzo PEC l’opposizione all’archiviazione. Medesimo discorso potrebbe, poi, valere per tutto quanto previsto dall’art. 335 c.p.p., nonché per le istanze de libertate e le liste testimoniali.

In tema di celebrazione dei processi da remoto, per motivi di economia processuale e di scrematura dei ruoli, la tecnologia potrebbe intervenire nei casi di “celebrazione” di quelle udienze destinate a essere rinviate essendo di “mera distribuzione” o viziate da difetti di notifica, tramite predisposizione di un calendario ad hoc nonché per tutte le attività connesse alla Magistratura di Sorveglianza.

Pur comprendendo come occorra prendere atto che il Covid 19 abbia costretto l’indagato/imputato ed il suo difensore ad allontanarsi l’uno dall’altro, impedendo, di fatto, quel confronto continuo e riservato sul quale si regge il rapporto fiduciario, oltre che la cadenza processuale, la sacralità dell’oralità del processo penale è un dato intoccabile.

In questa fase emergenziale, appare evidente e necessario, per non creare confusione, che in tutti i Distretti di Corte di Appello vengano utilizzati gli stessi programmi per lo svolgimento delle udienze da remoto e che venga stabilita una tempistica di comunicazione al difensore per la fissazione dell’udienza stessa.

Questa spiacevole compressione del diritto di difesa, tuttavia, deve cessare al cessare dell’emergenza, altrimenti, in assenza di giustificazione alcuna, l’incostituzionalità sarebbe evidente. Una criticità su tutte: l’esame incrociato di un teste che, obiettivamente, non può essere fatto a distanza e che non rientra tra le ipotesi previste dall’attuale legislazione emergenziale.

Ultimo argomento, ma non certo per ordine di importanza, è l’assoluta e pericolosa carenza di idonee misure di contenimento e di prevenzione del Covid-19 negli istituti penitenziari. Come segnalato da autorevoli esperti, le malattie infettive sono un problema rilevante in tutte le comunità chiuse. Un problema, che rischia di divenire un’autentica bomba batteriologica, negli istituti penitenziari per le “normali” condizioni di vita, anche dal punto di vista igienico-sanitarie.

Sono quotidiane le richieste di intervento e le grida di allarme, in questo senso, rivolte alle Autorità competenti per intervenire tempestivamente rispetto a quanto prescritto dal Ministero della Salute.

In conclusione, consapevoli che prima di tornare alla normalità passeranno mesi, forse un anno, si evidenzia la necessità di limitare al massimo la presenza nei Tribunali, pertanto, il Movimento Forense auspica che, cessata l’emergenza, si torni ad una celebrazione ordinaria dei processi, così come previsto dal nostro codice, facendo tesoro delle best practice adottate in questo periodo.

Massimiliano Cesali

Presidente nazionale del Movimento Forense

Vittorio Ranieri

Responsabile del Dipartimento Penale del Movimento Forense


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