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DALLA PARTE DEL BAMBINO: LA BI-GENITORIALITÀ ALLA LUCE DEL DIRITTO DI CRESCERE IN FAMIGLIA

Tra i diritti menzionati dall’art. 315 bis c.c. – inserito dalla legge di Riforma della filiazione del 10 dicembre 2012 n. 219 – vi è quello, menzionato dal comma secondo, di crescere in famiglia e mantenere rapporti significativi con i parenti, diritto che, anche alla luce della tendenza europea a considerare la genitorialità non più strettamente vincolata al dato biologico, risulta espressione di un più generale diritto del minore al mantenimento delle relazioni familiari intese in senso ampio, stante l’innegabile incidenza che l’ambiente familiare ha sullo sviluppo della personalità del minore.

In un tempo in cui il valore dell’istituzione famiglia è spesso posto al centro del dibattito pubblico, risulta interessante porsi, per un attimo, a guardare la questione da una prospettiva differente, ma forse la più rilevante: quella del bambino, e del proprio interesse.

La prospettiva paidocentrica abbracciata dal legislatore della Riforma ha imposto di ripensare il diritto minorile e di famiglia sulla base di paradigmi nuovi, e il minore come titolare di diritti fondamentali che ha diritto di conoscere e di poter rivendicare, influenzando così la concezione attuale dell’intero rapporto tra genitori e figli. 

Un passo indietro appare altresì opportuno per segnalare l’altro istituto che dalle riforme del 2012 e 2013 è stato completamente ridisegnato: la responsabilità genitoriale, oggi disciplinata dall’articolo 316 c.c. che ha definitivamente soppiantato la previgente potestà,  costituita da quel complesso di poteri e doveri attribuiti al genitore nell’interesse dei figli.

Se già con la Riforma del 1975 la potestà da “patria” diveniva “genitoriale”, nell’ottica di una parificazione del ruolo del padre e della madre, con la Riforma del 2012 si è definitivamente abbandonato il binomio potestà-soggezione, e l’istituto della responsabilità genitoriale è stato declinato sul binomio potere-dovere, divenendo detta responsabilità strumentale rispetto alla funzione educativa: infatti, è solo a fronte di una piena assunzione di responsabilità da parte di chi ha il compito di promuovere e proteggere il percorso di crescita del minore, che può ipotizzarsi una piena realizzazione dei diritti inviolabili di quest’ultimo nell’ambito dell’istituzione familiare.

Fatta questa premessa, che è strumentale per comprendere quanto fondamentale sia l’ambito familiare per lo sviluppo sano ed equilibrato del minore, la previsione di detti diritti in capo al minore e la declinazione dell’istituto della responsabilità genitoriale ha avuto dei riflessi concreti in particolare nella necessità di garantire l’attuazione di tali diritti nel momento della crisi familiare, ove il minore è maggiormente vulnerabile e ove le decisioni circa l’affidamento del minore e le disposizioni del giudice circa il diritto di visita possono risultare determinati rispetto alla garanzia del sano ed equilibrato sviluppo del minore stesso, che ha diritto a non vedersi lesi i propri diritti e la propria serenità dallo sfaldamento della comunità familiare.

In questo senso, con riguardo alla disciplina sull’affidamento nelle crisi delle convivenze genitoriali (oggi demandata agli artt. 337 bis e 337 octies c.c.), la previsione del diritto di crescere in famiglia consente di relegare ad ipotesi ancor più residuali i rimedi dell’affidamento esclusivo ed extrafamiliare.

Tale diritto del minore, peraltro, si interseca perfettamente con il corrispondente diritto di ciascuno dei genitori ad essere presente in maniera significativa nella vita del proprio figlio, prescindendo dalla situazione di crisi coniugale, per continuare ad esercitare appieno e nel modo più corretto la  responsabilità genitoriale e la funzione educativa.

Di recente, due ordinanze della I sezione civile della Corte di Cassazione sono tornate sul punto, ribadendo alcuni importanti principi in tema di diritto alla bi-genitorialità.

In particolare, nel dicembre 2018, con ordinanza del 10 dicembre n. 31902, la Suprema Corte si è pronunziata nell’ambito di un procedimento “de potestate” nel quale la Corte di appello di Roma, in riforma alla decisione di primo grado, aveva disposto l’affidamento della figlia minore al servizio sociale. Detta decisione era stata, come illustrato dalla stessa Corte di appello nelle motivazioni, dettata dalla necessità di garantire il superiore interesse della minore stante una “conflittualità accesa ed insanabile” tra i genitori, “fonte di una paralisi decisionale, ravvisabile anche in scelte importanti quali quelle relative alla salute ed al percorso scolastico della piccola”. Posto ciò, la Corte di appello di Roma confermava il collocamento prevalente presso la madre e regolava il regime degli incontri con il padre riducendo il pernottamento infrasettimanale presso lo stesso.

Il padre, ricorrendo in Cassazione, adduceva la sproporzione di detto provvedimento, sviluppando il motivo di doglianza sul presupposto errato che tale provvedimento avesse carattere definitivo, in quanto non era stato previsto un termine di scadenza.

Come precisa la stessa Corte nell’ordinanza, rilevando l’infondatezza del motivo di ricorso, il provvedimento suddetto rientra tra i “provvedimenti convenienti” che, ai sensi dell’articolo 333 c.c., in presenza di una condotta del genitore pregiudizievole per il figlio ma non tale da legittimare la pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale (prevista dall’articolo 330 c.c.), il giudice può adottare nell’interesse del minore     – interesse perfettamente ravvisabile nel caso di specie stante che, a causa della conflittualità insanabile tra i genitori, la bambina aveva subito un pregiudizio relativamente a scelte fondamentali per la sua età  –.

Il secondo comma dello stesso articolo precisa peraltro che tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento.

Un altro motivo di doglianza del ricorrente si fondava sulla violazione dell’articolo 316 c.c. in quanto la Corte di appello, riducendo il pernottamento infrasettimanale presso il padre, aveva arrecato una lesione al diritto dello stesso di esercitare la responsabilità genitoriale sulla minore in modo paritetico rispetto alla madre.

Benché il motivo in sé sia stato ritenuto inammissibile, la Corte è intervenuta con una precisazione di particolare interesse, specificando in modo inequivocabile che “il principio di bi-genitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore ad essere presente in maniera significativa nella vita del figlio nel reciproco interesse, ma ciò non comporta l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l’esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell’altro genitore”.

Un diritto alla bi-genitorialità declinato quindi non sulla base di una asettica e bilanciata suddivisione del tempo dedicato al minore, ma alla luce di una presenza significativa nella vita del figlio, il che implica partecipazione, ascolto delle esigenze del minore, capacità di relazione affettiva e disponibilità a mantenere costantemente contatti col figlio.

Ancor più di recente, con ordinanza dell’8 aprile 2019 n. 9764, la stessa I sezione della Corte di Cassazione è tornata con forza sul principio della bi-genitorialità, chiarendone ulteriormente i contorni.

In particolare, il ricorso veniva proposto avverso la decisione della Corte di appello di Messina che, confermando la decisione assunta in primo grado, prevedeva il collocamento prevalente della minore (di tenera età)  presso la madre con possibilità per il padre di vedere la bambina a settimane alterne ogni quindici giorni.

Il padre, nei motivi di ricorso, rilevava come nessun momento di permanenza infrasettimanale fosse stato previsto, il che impediva la possibilità di mantenere un’assiduità nei rapporti con la figlia ed un paritetico esercizio della responsabilità genitoriale, né tantomeno la tenera età della bambina poteva essere una legittima giustificazione, stante il riconoscimento da parte della giurisprudenza dell’importanza della previsione di tempi di permanenza con cadenza costante anche in caso di minori in tenera età, idonei a permettere l’instaurazione ed il consolidamento di un saldo rapporto tra genitore e figlio.

La Suprema Corte ricorda come il preminente interesse del minore ad una crescita sana ed equilibrata sia tale da giustificare la compressione dei relativi diritti dei genitori, orientamento confortato anche dalla Corte di Strasburgo che ha tuttavia sempre precisato la necessità di un rigoroso controllo su quelle definite come “restrizioni supplementari”, ossia quelle limitazioni al diritto di visita dei genitori che, se non ponderate, rischierebbero di compromettere in modo definitivo la relazione tra genitori e figli.

Infatti la stessa Corte Edu, nel caso Lombardo c. Italia del 2013, sollecitava gli Stati nazionali ad attuare “obblighi positivi” non consistenti in misure automatiche o standardizzate, ma idonee nel caso concreto a pervenire al risultato cui sono preposte, ossia il mantenimento o il recupero del rapporto tra il minore ed il genitore non affidatario, peraltro in tempi celeri, poiché, soprattutto se si tratta di un minore in tenera età, il trascorrere del tempo potrebbe avere conseguenze irrimediabili sulla percezione del minore della figura genitoriale e sul consolidamento del rapporto col genitore.

In detta ordinanza la Suprema Corte supera chiaramente il criterio della maternal preference, accogliendo la doglianza del ricorrente circa l’omissione della Corte di appello di tenere in considerazione le condotte ostative della madre, gravemente lesive del diritto del minore al mantenimento di relazioni affettive salde con entrambi i genitori, mancando lo stesso collegio di appello di considerare che, tra i requisiti per valutare l’idoneità del genitore all’affidamento, rileva anche la disponibilità a preservare ed incentivare la continuità delle relazioni con l’altro genitore.

Secondo la Cassazione infatti, il comportamento del genitore che, nonostante la crisi coniugale, comprenda quanto importante sia per il figlio mantenere saldo il legame affettivo con entrambi i genitori, e pertanto non lo ostacoli, è sintomo di una piena e profonda consapevolezza di quanto l’interesse del minore ad una crescita equilibrata sia fondamentale, la quale può realizzarsi solo garantendo al minore il diritto di crescere in famiglia e mantenere rapporti significativi con i parenti anche e soprattutto nel momento più buio dello sfaldamento dell’unità familiare, nel quale i figli minori finiscono troppo spesso per essere vittime incolpevoli di strumentalizzazioni e di soprusi ingiustificati da parte di coloro che, invece, dovrebbero più di ogni altro prendersi cura della loro delicata esistenza.    

 

 

Rosachiara Lo Pinto

Dottore in Giurisprudenza presso l’Università LUMSA di Roma, sede di Palermo


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