Rassegna Di Giurisprudenza

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RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA TRIBUTARIA A CURA DEL MOVIMENTO FORENSE

GIUDICI TRIBUTARI CONFERMANO: ANCHE L'USURA È REDDITO IMPONIBILE

In tema di tassazione dei proventi illeciti e in assenza di sequestro o confisca penale, i guadagni derivati da un'attività usuraria, contenendo tutti gli elementi previsti dalla disposizione normativa ai fini della tassazione (articolo 14, comma 4, legge 537/1993), costituiscono un reddito fiscalmente imponibile, in particolare rientrando nella categoria reddituale dei redditi di capitale.
Questo, in sintesi, è quanto statuito dalla sentenza della Commissione tributaria provinciale di Pavia n. 219/03/18.

 

L’ATTO DEL FISCO NON PUÒ REGGERSI SU UN PARERE

MOTIVAZIONI IN LINEA CON L’ARTICOLO 39 DELLA CARTA SULL’IMPARZIALITÀ DELLA PA

È illegittimo l’atto che non indica i fatti e gli elementi istruttori procedimentali a sostegno della pretesa, in quanto è necessario sia garantire il diritto di difesa del contribuente, sia dimostrare il corretto comportamento della Pubblica amministrazione nel rispetto dei principi costituzionali.
Corte di cassazione sentenza n. 30039/2018

NOTIFICA ALL'INDIRIZZO PEC NON UFFICIALE DELL'ENTE

Ai sensi dell’art. 14, c. 2, D.P.C.M. 16.02.2016, n. 40 la notifica telematica degli atti giudiziari a un’amministrazione deve essere compiuta all’indirizzo PEC contenuto nell’elenco ufficiale tenuto dal Ministero della Giustizia.
L’iscrizione nel registro degli indirizzi PEC della P.A. tenuto dal Ministero costituisce pertanto un presupposto imprescindibile per poter effettuare la notifica in via telematica all’Amministrazione e tuttavia, un numero consistente di amministrazioni non ha ancora ottemperato all’obbligo di comunicare l’indirizzo PEC deputato alla notifica degli atti giudiziari.
A fronte dell’inadempimento della Pubblica Amministrazione dell’obbligo imposto (ex art. 16, c. 12, D.L. 179/2012) di comunicare al Ministero di Giustizia l’indirizzo PEC (che doveva essere effettuato entro il 30.11.2014) valido ai fini della notifica telematica nei suoi confronti, ci si chiede se sia valida o meno la notifica a un indirizzo diverso rinvenibile su altri registri o sul portale o sito della Pubblica Amministrazione
La giurisprudenza si divide sul punto tra un orientamento rigoroso, volto a dichiarare inammissibile il ricorso notificato a un indirizzo non presente nell’elenco ufficiale del Ministero (fatto salvo l’effetto sanante della costituzione spontanea della Pubblica Amministrazione) e un orientamento più elastico che, a fronte del mancato rispetto dell’obbligo previsto per legge, ritiene invece ammissibile la notifica all’indirizzo rinvenuto sul sito dell’Amministrazione, seguendo i canoni del legittimo affidamento e i principi di lealtà processuale che impediscono alla P.A. di trarre benefici dal mancato rispetto di un obbligo di legge, impedendo di fatto alla controparte la notifica nei suoi confronti di atti giudiziari con modalità telematiche.
Il D. Lgs. 13.12.2017, n. 217 (in vigore dal gennaio 2018) ha istituito l’indice dei domicili digitali delle Pubbliche Amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi, disponendo che siano indicati i domicili digitali da utilizzare per le comunicazioni e lo scambio di informazioni e per l’invio di documenti a tutti gli effetti di legge, tra le Pubbliche Amministrazioni e i privati. Il D. Lgs. citato prevede che con decreto del presidente del Consiglio dei ministri siano stabilite le modalità con le quali le pubbliche amministrazioni non ancora iscritte all’elenco di cui all’art. 16, c. 12 D.L. 179/2011, comunichino l’indirizzo di posta elettronica certificata da inserire nella sezione specializzata di cui sopra.
In attesa del decreto attuativo, alcune recenti pronunce giurisprudenziali hanno ritenuto ammissibile la notifica compiuta all’indirizzo PEC indicato dalla stessa amministrazione nel proprio sito Internet (Cons. Stato sez. III, 5.02.2018, n. 744) e quella effettuata all’indirizzo contenuto nell’elenco IPA che, benchè non valido ai fini della notifica degli atti nel processo amministrativo, non appare del tutto inidoneo alla notifica degli atti giudiziari alle amministrazioni pubbliche, in quanto viene considerato valido per la notifica agli enti impositori nel processo tributario (Tar Campania Napoli sez. VIII, ord. 15.03.2018, n. 1653; Tar Campania Napoli sez. I, 22.10.2018, n. 6129).

 

IRAP: NEGLI STUDI PROFESSIONALI VALE SEMPRE IL LITISCONSORZIO NECESSARIO

Corte di Cassazione - Ordinanza 13 novembre 2018 n. 29128

«In materia di accertamenti dell'Irap dovuta da uno studio professionale associato, trattandosi di imposta imputata per trasparenza agli associati, sussiste il litisconsorzio necessario sostanziale tra l'associazione e i suoi associati; tuttavia ove nel giudizio siano stati parti tutti gli associati della medesima associazione professionale quest'ultima deve ritenersi ritualmente partecipe della lite, difettando essa di distinta personalità giuridica». Quindi se il contenzioso è iniziato con la presenza di due associati successivamente l'azione dovrà continuare nei confronti di entrambi perché in caso contrario verrebbe leso il principio del litisconsorzio obbligatorio. Questo il significativo principio enunciato dalla Cassazione con la sentenza n. 29128/18.

La Corte si è trovata alle prese con un ricorso sollevato da due associati che avevano ricevuto per l'anno d'imposta 2002 avvisi di accertamento ai fini Iva e Irap. La vicenda si era conclusa in primo grado con la nullità di diniego di accertamento con adesione. Contro la sentenza che dava parzialmente ragione ai contribuenti ha proposto ricorso in appello il Fisco che ha dato ragione alle Entrate condannando alle spese l'associazione professionale. Contro la decisione di secondo grado ha proposto ricorso lo studio rilevando come i soggetti che partecipavano singolarmente non potessero che essere considerati come singoli soggetti dell'associazione e avere un’imputazione giuridica. Rileva la Corte sul punto come correttamente il giudizio di primo grado avente a oggetto un avviso di accertamento in materia di Irap si fosse celebrato in presenza di tutti gli associati e, quindi, anche dello studio professionale, mentre l'appello delle Entrate essendo stato notificato solo alla richiamata associazione professionale era stato effettuato senza che poi gli associati si fossero costituiti spontaneamente.

L’errore commesso dalla Ctr. Sul punto la Cassazione ha rilevato come la Ctr avrebbe dovuto disporre l'integrazione del contraddittorio essendo stato violato il litisconsorzio necessario sostanziale tra le parti del giudizio di primo grado.

 

IL PVC CITATO VA ALLEGATO (O RIPRODOTTO)

AVVISO «PER RELATIONEM» NULLO SE IL CONTRIBUENTE NON RICEVE LE FONTI DI PROVA

L’avviso di accertamento motivato per relationem, senza che sia allegato l’atto richiamato o che ne sia stato riprodotto il contenuto essenziale, è nullo per violazione dell’articolo 7, comma 1, legge 212/2000. Lo afferma la Ctp di Ascoli Piceno nella sentenza 249/2/2018 (presidente Merletti, relatore Casarella), che si pone in continuità con la pacifica giurisprudenza di legittimità sulla motivazione della pretesa impositiva.
Il contribuente deve essere posto nella condizione di poter esercitare il proprio diritto di difesa, costituzionalmente garantito. Deve essere reso edotto delle ragioni fondanti la pretesa impositiva ab origine, al fine di contestarne efficacemente l’an e il quantum debeatur.

CONTRADDITTORIO PREVENTIVO OBBLIGATORIO NELL’ACCERTAMENTO UNICO

La recente notizia circa un possibile intervento del legislatore sulla dibattuta questione del contraddittorio preventivo metterebbe davvero la parola fine a una diatriba su cui la giurisprudenza ha assunto ormai un proprio indirizzo. Ripercorrendo brevemente l'iter della Cassazione, culminato con la sentenza a Sezioni Unite n. 24823/2015, il principio enunciato è il seguente: a differenza dell'Unione Europea, il diritto nazionale non pone in capo all'Amministrazione Fiscale un generalizzato obbligo di contraddittorio endoprocedimentale, comportante l'invalidità dell'atto in caso di violazione.
In estrema sintesi, il contradditorio preventivo, al di fuori dei casi in cui sia specificamente sancito dalla legge, è obbligatorio solo per i tributi armonizzati. Il problema che ha creato la posizione della Suprema Corte è legato al fatto che l'accertamento è normalmente un atto unitario: l'Amministrazione Finanziaria emette un unico avviso, sia ai fini delle imposte dirette che dell'IVA. Può dunque un avviso di accertamento di questo tipo essere affetto da invalidità parziale? A parere di chi scrive, la risposta è no.
Per questo motivo numerose pronunce giurisprudenziali, successive alla sentenza sopra richiamata, hanno affermato la rilevanza dell'obbligo generalizzato del contraddittorio endoprocedimentale e soprattutto, la indubbia natura unitaria dell'avviso di accertamento, talché un eventuale atto contenente rilievi sia ai fini delle imposte dirette che dell'IVA, emesso senza l'attivazione del contraddittorio preventivo, è da annullare totalmente.

INAMMISSIBILITÀ DEL RICORSO COPIA-E-INCOLLA

Riprodurre una serie di documenti in maniera pedissequa viene interpretato come una condotta che integra sicuramente un'esposizione dei fatti “non sommaria”. Il difetto di tale requisito comporta, di conseguenza, un evidente difetto di autosufficienza del ricorso per Cassazione e lo conduce inevitabilmente alla sua inammissibilità. È una situazione che non si dovrebbe mai verificare: la lettera dell’art. 366 del c.p.c. piuttosto chiara e il codice deontologico forense lo impongono (si vedano artt. 12, 14, 15 cod. deont.).
La questione, in realtà annosa e ricorrente, è stata recentemente affrontata dalla Suprema Corte di Cassazione con l'ordinanza 1.10.2018, n. 23687. Nel caso prospettato, i giudici si sono premurati di ribadire che nel ricorso per Cassazione, la necessarietà di un riepilogo sommario dei fatti accaduti - sia sostanziali, che processuali - riferiti alla vicenda che si intende porre all'attenzione del giudizio, risulta indispensabile per la verifica di ammissibilità, pertinenza e fondatezza delle censure proposte.

RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA 231 E REATI FISCALI

L’elenco dei reati-presupposto della responsabilità amministrativa, di cui al D.Lgs. 231/2001, non include i reati fiscali o quanto meno non li include in modo diretto. Di fatto, tra i reati del catalogo 231 l’associazione a delinquere e quelli di riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro o beni di provenienza illecita, prevedono condotte illecite che, in modo differente, potrebbero ricondursi alla commissione di un reato tributario e quindi far incorrere l’ente nella responsabilità amministrativa da illecito.

COMPENSAZIONE DELLE SPESE DI LITE DA LIMITARE

La motivazione è tutto. Nel giudizio tributario, come del resto in quello civile, la compensazione delle spese deve essere motivata con particolare accuratezza, poiché le norme si fondano sul principio di soccombenza quale espressione del principio di causalità, implicando che la parte che ha causato il giudizio, con il proprio comportamento rivelatosi contra ius, è tenuta alla rifusione delle spese anticipate dalla controparte. L’ordinanza 25594/2018 della Cassazione (depositata lo scorso 12 ottobre) consente di ritornare sul tema.


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