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BREVE COMMENTO ALLA SENTENZA N. 4485 DEL 23 FEBBRAIO 2018 DELLE SEZIONI UNITE DELLA CASSAZIONE

Velletri, 16.03.2018 - Quella trattata dalle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza in commento è una tematica che, volenti o nolenti, ha interessato o prima o poi interesserà molti, se non tutti, gli avvocati che esercitano con regolarità la professione, ovvero quella riguardante la tutela del credito del professionista derivante dall'esecuzione di un mandato. In modo particolare le SS. UU. cercano di comporre una materia da sempre controversa che,  successivamente all'entrata in vigore del D.lgs n. 150 del 2011 recante  “Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69”, ha visto acuirsi i problemi interpretativi ed applicativi già presenti nella previgente previsione normativa.

Finalità principale del provvedimento è quella di stabilire quale incidenza abbia avuto sul tema il su descritto intervento legislativo, che ha  sostituito l'art. 28 ed abrogato gli artt. 29 e 30 della L. 794 del 1942 identificando la figura del procedimento di cognizione sommario “speciale” quale unica tipologia di rito applicabile nella fase di merito.

Il nuovo art. 28 della L. 794 del 1942 così dispone: “Per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti nei confronti del proprio cliente l'avvocato, dopo la decisione della causa o l'estinzione della procura, se non intende seguire il procedimento di cui agli articoli 633 e seguenti del codice di procedura civile, procede ai sensi dell'articolo 14 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150”. Detta norma, come vedremo, impone all'avvocato un rito sommario avente talune caratteristiche tipiche della procedura di cui all'art. 702 bis c.p.c. ed altre completamente differenti che lo avvicinano, per certi aspetti, al vecchio rito camerale pre riforma.

Preliminarmente a ciò  le SS. UU delimitano, parzialmente, l'oggetto delle controversie di cui all'art. 28 facendo proprio un orientamento giurisprudenziale costante della Corte di Cassazione che vi ricomprende ogni “controversia con cui l'avvocato chiede la liquidazione delle spettanze della sua attività professionale svolta in giudizio civile o con l'espletamento di prestazioni professionali che si pongono in stretto rapporto di dipendenza con il mandato relativo alla difesa giudiziale, in modo da potersi considerare esplicazione di attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale”, rinviando alla seconda parte del provvedimento l'esame delle problematiche attinenti all'estensione del predetto oggetto e del concetto di “liquidazione”. Dopo aver enunciato tale principio le SS.UU. si soffermano su una tematica strettamente connessa al tema dell'oggetto di tali controversie ovvero sull'esclusività o meno dei due riti previsti pre riforma (monitorio e camerale) e, in seguito all'emanazione del D.lgs n. 150 del 2011, post riforma.

Se per il periodo precedente alla riorganizzazione dei riti si rinviene un orientamento teso ad ammettere altri riti oltre a quello monitorio e camerale, ovvero l’ordinario e, dal 2009, il sommario di cognizione codicistico “puro”, come esplicitato dalle sentenze delle stesse SS. UU. n. 646 del 1968, n. 614 del 1960 e n. 152 del 1966 ciò, nella sentenza in commento, è radicalmente escluso per il periodo successivo all'introduzione del D.lgs n. 150 del 2011: “non è sostenibile che sia rimasta praticabile né la possibilità di esercitare l'azione di cui all'art. 28 citato con il sommario codicistico (n.d.r. differente da quello delineato dall'art. 14 D.lgs n. 150 del 2011) di cui all'art. 702 bis. e ss. c.p.c., né la possibilità di esercitarla con il rito ordinario di cognizione piena”. Per giustificare tale orientamento le SS. UU. evidenziano: “1a) in primo luogo che l'utilizzo nell'attuale art. 28 di una forma verbale imperativa è ora avvenuto in un contesto di evoluzione dell'ordinamento tendente a semplificare le forme processuali e con esclusione della osmosi fra quella speciale di cui al procedimento sommario e quella ordinaria; 1b) in secondo luogo ed in stretta correlazione, che, come ha sottolineato parte della dottrina, il procedimento sommario, a differenza dell'antico procedimento camerale di cui agli artt. 737 c.p.c. e segg., presenta un corredo di norme negli artt. 702-bis e segg. e nel D.Lgs. n. 150 del 2011, artt. 3 e 4, che - per così dire - formalizzano le regole del suo svolgimento. “

Di conseguenza, nel nuovo quadro normativo, l'eventuale opposizione a d.i. emesso nelle materie di cui all'art. 28 della L. 794 del 1942 dovrà essere regolata dal rito sommario di cognizione delineato dall'art. 14 e dagli artt. 3 e 4 del D.lgs n. 150 del 2011. “Ne discende che l'atto introduttivo del giudizio di opposizione si deve intendere regolato dall'art. 702-bis c.p.c. e così pure l'attività di costituzione dell'opposto. Peraltro, nel caso di introduzione dell'opposizione con la citazione, la congiunta applicazione del comma 1 del comma 4 del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4, renderà l'errore privo di conseguenze”. Tuttavia le SS.UU. specificano che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo introducendo con le modalità di cui all'art. 14 del D.lgs n. 150 del 2011 e strutturato con le regole di cui agli art. 702 bis e ss. del c.p.c. vada integrato dalle specifiche norme poste a tutela del creditore tipiche del procedimento monitorio e più nello specifico dagli artt. 648, 649, 653 e 654 c.p.c.

Dopo aver definitivamente escluso ogni possibilità di utilizzo di riti differenti dal monitorio o dal sommario di cognizione “speciale” le SS. UU. ribaltano anche il vecchio orientamento giurisprudenziale (Cass. Sent. n. 5081 del 1986, Cass. Sent. n. 1920 e 12748 del 1993) che impediva l'applicabilità del rito camerale speciale alle controversie vertenti non solo sulla “quantificazione” sic et simpliciter ma anche sulla “sussistenza del credito del legale”, cui veniva preferito il rito ordinario. Nello specifico testualmente recita la sentenza: “Ritengono le Sezioni Unite che la scelta del legislatore, giusto il tenore del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14, si debba leggere” nel senso di “prevedere il rito speciale sommario (o fin dall'introduzione del procedimento, o, nel caso di attivazione del procedimento per ingiunzione, con riferimento all'opposizione) pur nel caso in cui vi fosse stata la stessa contestazione del rapporto di clientela”. Ciò viene giustificato sia in virtù dell'esegesi letterale del nuovo articolo 28 sia sulla base della relazione illustrativa al D.lgs n. 150 del 2011.

Di massima importanza appare dunque il principio secondo cui “la disciplina dell'art. 28 della Legge del 1942 e dell'art. 14 va intesa nel senso che la domanda inerente alla liquidazione cui allude la prima norma e che dice introducibile ai sensi dell'art. 14 non ha un oggetto limitato alla richiesta di liquidazione (…) al contrario, detto oggetto si deve identificare nella proposizione di una domanda di pagamento del corrispettivo della prestazione giudiziale senza quella limitazione e dunque anche in presenza di contestazione del rapporto e dell'an debeatur.”

Questa affermazione pone, però, dei quesiti cui le SS.UU. cercano, senza riuscirci definitivamente, di  dare risposta:

  1. A) Cosa avviene se il convenuto si limita a contestare l'avversa domanda senza ampliare il thema decidendum:

il processo si apre e si chiude con il rito sommario sia per quanto attiene all'an che al quantum;

  1. B) Cosa avviene se il convenuto non si limita a contestare l'avversa domanda ma amplia il thema decidendum (ad esempio mediante eccezione di compensazione o riconvenzionale) senza problemi di competenza:

se la domanda del convenuto può essere trattata con il rito sommario e non richiede un’ istruttoria non sommaria la domanda è attratta nel rito speciale mentre se così non è la trattazione della domanda del cliente dovrà avvenire, previa separazione, con il rito ordinario.

  1. C) Cosa avviene se il convenuto non si limita a contestare l'avversa domanda ma amplia il thema decidendum (ad esempio mediante eccezione di compensazione o riconvenzionale) con problemi di competenza:

si applicano le indicazioni di cui al punto B) relativamente al rito e, in aggiunta, le norme sulle modificazioni della competenza per ragioni di connessione.

  1. D) cosa avviene se il convenuto non si limita a contestare l'avversa domanda ma amplia il thema decidendum (ad esempio mediante eccezione di compensazione o riconvenzionale) innanzi alla Corte d'Appello:

essendo la Corte d'Appello, solitamente, giudice di secondo grado non potrà mai essere competente sulla riconvenzionale del cliente e le SS. UU. ipotizzano la separazione con remissione al giudice competente in primo grado con conseguente applicazione, se del caso, dell’art. 295 c.p.c.

  1. E) cosa avviene se il convenuto intende agire con azione di accertamento negativo:

può agire mediante rito ordinario o sommario di cognizione classico ma non con il sommario di cognizione “speciale” riservato dalla parte attrice sostanziale ai soli avvocati (l’attore formale in opposizione a d.i. è obbligato a seguire il rito speciale).

In definitiva la Sentenza chiarisce che l'unico rito applicabile, salvo si decida di procedere mediante procedura monitoria, nell'azione volta alla liquidazione (intesa sia nell'an che nel quantum) dei compensi spettanti per l'attività prestata nei giudizi civili o connessi, sia il nuovo sommario di cognizione “speciale” che va introdotto o davanti all'ufficio giudiziario innanzi al quale l'avvocato ha prestato la propria opera oppure sulla base dei criteri di competenza di cui all'art. 633 e ss. c.p.c. poiché, affermano le SS.UU. “se il legale rinuncia ad avvalersi del procedimento monitorio ed introduce la controversia ex art. 28, direttamente con il rito sommario, sebbene non davanti all'ufficio presso il quale le prestazioni sono state espletate, non si può ritenere che il giudice adito non sia competente, qualora la sua competenza fosse sussistita se fosse stato adito con il rito monitorio.”

Secondo questo provvedimento, pertanto, all'avvocato che intenda recuperare i propri crediti professionali sono concesse solo due vie: o la procedura monitoria di cui agli artt. 633 e ss. c.p.c. oppure la procedura sommaria speciale, strutturata alla stregua del giudizio ex art. 702 bis c.p.c., che si definisce con pronuncia decisa dal collegio, non impugnabile e ricorribile solo per Cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost.

Proprio la devoluzione al collegio fa sorgere dei dubbi per il caso in cui l'avvocato abbia prestato la propria opera, in favore del cliente, dinanzi al Giudice di Pace: come potrebbe quest'ultimo decidere collegialmente? Dubbi permangono anche sulle ragioni giustificatrici di tale limitazione che sembra quasi definita come un favore o una corsia privilegiata concessa ai legali quando in realtà appare  esclusivamente lesiva del diritto di difesa di questi ultimi. Da una parte le SS.UU. elevano la sommarietà del rito a garanzia di celerità ma dall'altra impongono una decisione collegiale, ipotesi ormai marginale dall'avvento del giudice monocratico, come se la prima fosse una forma di compensazione  rispetto all'unicità del rito e del grado.

 

Avv. Roberto Tofani


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