Basket Maschile

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IL LATO OSCURO

Roma, 22 maggio 2014. Inverto l’antefatto con le conclusioni; infine c’è lo svolgimento. Conclusioni: Anche gli avvocati amano la pallacanestro. Lo posso testimoniare dal momento che farei (forse, dipende dal Coach, dal Vice Coach e dal loro staff) parte d’un gruppo di avvocati dedicati alla pallacanestro.

In realtà neppure il Coach sa di essere (veramente) il Coach così come il suo staff non sa di far parte della squadra. Per non parlare del Vice Coach, che forse non sa d’esser fondamentale, eppure più del Coach.

Insomma tutti sanno poco e dunque nessuno ha certezze.

L’unica certezza è che “saremmo” tutti avvocati.

Ad ogni modo, in questo clima d’astrattismo sportivo moderno, mi sono ritrovato in mezzo ad una “banda” di Colleghi che non credevo potesse esistere.

Base di partenza è costituita dal basket – come detto – e quindi da una palestra con due canestri ed ovviamente spogliatoi.

Ci si ritrova nei giorni stabiliti, ci si leva la giacca e la cravatta (tranne coloro che si travestono da CTU o cancellieri o testimoni), ci si veste sportivamente (c’è chi si crede Lebron James con fascette et similia) e si comincia, ossia:

1)    il Coach dà le disposizioni d’allenamento;

2)    dette disposizioni sono puntualmente disattese;

3)    i professori del basket – tutti noi a turno, nessuno escluso - dettano i  migliori schemi;

4)    tali schemi naturalmente non sono replicati nella pratica;

5)    nel mentre, c’è chi contesta, chi va a bere, chi tira da solo, chi si “streccia” e chi va su whatsapp;

6)    conclusione: dopo 3 minuti si decide di fare la “partitella”;

7)    per naturale conseguenza, sorge il problema delle squadre e del colore della canotta;

8)    finite tutte queste sceneggiate, si gioca;

9)    al termine del gioco, doccia e sfoghi tecnico-tattici.

L’ho fatta breve, perché c’è di peggio.

C’è il campionato.

Per noi, ma solo per noi e quindi non per le altre squadre partecipanti, il campionato coincide esattamente con gli allenamenti.

Regna un caos stupendo.

Pertanto spesso perdiamo ed a volte vinciamo.

Ma non è questo il punto.

Il vero punto – a mio modo di vedere – è che, a conclusione della stagione sportiva:

A)   chattiamo tutti insieme, H24, ogni singolo giorno della settimana (ndr: si arriva anche a 500 messaggi);

B)   ci scambiamo quotidianamente consigli, critiche, conforti, foto, musiche, idee e soprattutto “prese per il culo”;

C)   siamo arrivati al punto di dire: “sbrighiamoci con la partita così andiamo a cena”.

Ognuno è diverso dall’altro e dà il suo.

La conclusione è quindi molto semplice: stiamo bene insieme.

Ormai non è più importante lo schema di gioco (con relativa applicazione), il risultato della partita, l’esito del campionato, ecc.

Anche il basket è diventato meno importante.

E’ piuttosto meraviglioso il gruppo che s’è formato ed il suo spirito.

Sembra come se un test scientifico di rilevanza mondiale sia stato brillantemente superato: e cioè mettere insieme un gruppo d’avvocati per vedere se e dopo quanto si sarebbero scannati.

La risposta del test è chiara: se stiamo insieme, possiamo andare “oltre”.

Ed è qui che il Coach – che non sa d’esser veramente Coach – ha raggiunto la vera vittoria; il tutto limitandosi solo a dettare la cornice all’intero della quale “tutti noi famo come ce pare”.

Ma non è finita qui.

Perché ora qualcosa che scorre potente dentro al Gruppo.

Antefatto

Poco prima d’andarsene, mio padre m’ha dato un ordine:

torna a casa mia, nelle Marche, e riprendi e sistema e migliora le cose che io ho abbandonato.

Mio padre infatti – nato e cresciuto in Offagna (in provincia di Ancona) - ha sempre tenuto le Marche un po’ separate dalla famiglia (e ciò per svariati motivi [credo io]).

Ad ogni modo, ho iniziato un vero e proprio lavoro, ossia soprattutto quello di metter insieme la storia familiare, tentando di valorizzare quel che mio padre aveva (in effetti) trascurato.

 

Inter alia, c’è un colle, non distante dal Conero, di circa 10 ettari, composto d’argilla e posizionato a 260 metri sul livello del mare; in alcune porzioni, la pendenza del colle è anche pari a 40-45°.

In cima al colle, “qualche decennio fa”, qualcuno ha pensato bene d’ubicare un serbatoio d’acqua (che funge sostanzialmente da acquedotto per i comuni limitrofi), rovinando a mio parere un panorama fantastico. Dalla cima del colle infatti si vede: a nord, San Marino e le luci del porto di Pesaro; a est, il Conero e il mare; a sud, i castelli della zona; a ovest, i monti Sibillini.

Non va bene, ma c’è un lato positivo: c’è acqua.

Inoltre sul colle insiste (come dicono i bravi notai) una casa colonica dell’800, un po’ malandata ed oggi ancora vissuta dai classici “animali da cortile”.

Anche qui c’è un lato positivo: la casa per lo meno non è abbandonata.

Com’è e com’è stata utilizzata questa terra prima del mio intervento ?

Circa 3 ettari sono (stati) sfruttati per il grano e girasoli (e tristemente solo per i contributi comunitari da un contadino affittuario); 7 ettari di fatto sono abbandonati.

Perché ? perché è oltre modo faticoso, pericoloso e scarsamente produttivo lavorare terreni in pendenza e scivolosi.

Tuttavia, anche in ordine a quest’ultimi 7 ettari c’è un lato positivo: nel tempo sono cresciute piante di vario genere (tra cui mori dai frutti incredibili, succosi e dolci).

Non solo; lo stato (pluriennale) d’abbandono ha fatto si che la natura si rinnovasse; o meglio ha fatto si che la natura si riappropriasse dei propri spazi, con i suoi tempi e secondo le sue autonome e multiformi espressioni.

Però, bella rogna.

Cosa fare ? Vendere la terra ? Affittarla ? Grano o girasoli ? Contributi europei (ndr: 300 euro per ettaro) ?

Da più parti mi si diceva: lascia stare e che ti metti a fare.

No, essendo piuttosto “rigido”, io dovevo valorizzare la terra di mio padre.

Quella era e con quella avrei convissuto.

Ma come ?

Se:

1)    ogni imprenditore agricolo non vuole lavorare costantemente la terra “scomoda”,

2)    d’inverno si arriva a -10 e d’estate a + 40 gradi di temperatura,

3)    c’è argilla.

E poi lavorare la terra costa (e molto) e poco ritorna.

Per di più nelle Marche si dice: “la terra è bassa”. Con ciò intendendo che per lavorarla ti devi spaccare la schiena.

Pensa e ripensa.

Cammino su e giù 100 volte, mi guardo intorno per la centunesima volta.

Ma come se non l’avessi mai osservati, in cima al colle “rinvengo” due piccoli boschi, formatisi per conto loro.

Talmente malandati da voltare lo sguardo da altra parte.

Lo stato d’abbandono ha fatto si che i boschetti fossero inoltre “infestati” da qualsivoglia “erbaccia” d’origine mediterranea.

Ma fammi vedere: tra canne, rovi ed erbacce appunto spuntano pochi biancospini, sambuchi, prugni selvatici e (soprattutto) ciliegi selvatici.

E mi domando: ma questi com’è possibile che stiano qui, “belli carichi” anche di fiori e frutta; nessuno se li fila da anni. Come fanno a resistere?

Non hanno neppure lo spazio per respirare.

Risposta semplice: seguendo la natura, ecco come.

Anzi, loro sono la natura.

Ci ripenso.

Apro il vocabolario: “selvatico” = vita senza cure.

Meraviglioso.

Ecco come valorizzare e tornare alle origini, non mie e/o della mia famiglia, bensì d’ognuno unitamente alla natura che lo circonda; e quindi ricercare “la libera vita senza cure”, e cioè l’essenza del selvatico.

A questo punto, “mi ci sono buttato”.

Pertanto:

a)     mi sono messo a studiare le piante, cercando di capire le esigenze, gli sviluppi, le qualità ed i difetti;

b)    ho girato per il centro Italia, cercando boschi e/o piantagioni simili, inseguendo informazioni ed esperienze d’altri;

c)     ho preso la frutta e l’ho fatta analizzare, cercando di capire come fosse possibile che alberi abbandonati se ne fregassero dei -10 invernali e dei + 40 estivi, delle tempeste di neve e della siccità.

Studiando è emerso di tutto e di più.

Raccolgo informazioni e i miei pensieri.

Bene, il ragionamento è semplice.

Prima soluzione:

Il terreno pendente, impiantandovi un albero, è lavorato una sola volta.

Seconda soluzione:

L’albero selvatico è sereno sia a -10 che a +40.

Terza soluzione:

L’argilla trattiene l’acqua e la rilascia d’estate (e senza dimenticare l’acquedotto).

Quarta soluzione:

La manutenzione è sostanzialmente limitata alla pulizia dell’erba.

In ogni caso, concretizzando e per logica, se è selvatico, l’albero va per conto suo, altrimenti sarebbe “artificiale”.

Bene, ecco dunque cosa fare:

impiantare su tutta la collina un bosco di ciliegie selvatiche (rectius: prunus cerasus = visciole).

Ometto la narrazione della gesta eroiche connesse alla realizzazione dell’impianto; ma assicuro che c’è voluto tanto (ma tanto) impegno.

Da zolla di terra dimenticata, improduttiva e mal considerata dagli “esperti” oggi la collina è trasformata in un bosco di ciliegie.

Ed ogni fiore che spunta è una gioia infinita.

Siamo in 2.001 (su 3,5 ettari di terra); quest’inverno diventeremo 4.001 (per complessivi 7,5 ettari di terra).

Io e i miei alberi cresceremo insieme. E vediamo dove ci porteranno gli eventi.

Tenuto anche conto che dagli studi è emerso che la mia ciliegia ha unicità biologica e la Forza scorre potente nel mio frutto.

Ma tutta questa storia – che va avanti ormai da 2 primavere agricole e ch’è in fase d’ulteriore sviluppo sotto più profili – oltre a dubbi, preoccupazioni, gioie e soddisfazioni - m’ha principalmente insegnato che:

c’è sempre – ripeto sempre – il lato positivo in ogni cosa.

Questo va solo ricercato e – volendolo – sviluppato nella sua miglior natura. Mai fermare la ricerca finchè non esce fuori perché tutto ha un valore. Perché il valore, del resto, è dentro ognuno di noi.

Così, nel mio caso, tutti – forse con superficialità - abbiamo inizialmente visto solo il lato negativo della terra di mio padre, e ciò soprattutto perché tutti noi abbiamo inizialmente confuso il valore della libera natura con il valore economico-commerciale che s’attribuisce ad ogni espressione umana.

E con ciò confermando che ci siamo proprio (allontanati dalla) dimenticati della natura medesima. E quindi di noi stessi, di quello che abbiamo dentro e di quello che possiamo esprimere.

Per fortuna però la natura (così come l’uomo) è libera ed ha più lati.

Basta valorizzare quello positivo, poi il resto vien da sé.

Peraltro, è ciò che i “ragazzi” del basket del MF non sanno neppure d’aver ispirato:

e’ il Lato Oscuro della Visciola.

Svolgimento 

Durante la stagione sportiva, ho rotto le scatole a tutto il gruppo con la “storia” delle mie visciole.

Naturalmente ho subito e subisco la reazione (che pago anche con questo scritto).

Riflettendo sui concetti di cui sopra, devo dire che – forse – non sempre sussiste un Lato Positivo.

Se infatti penso ad avvocati come:

Fabrizio Polese, Riccardo Pace, Vincenzo Cancrini, Fausto Tarsitano, Andrea Del Vecchio, Salvatore Vitale, Roberto Di Luzio, Antonello Stella, Giuseppe Leotta, Giulio Ercole, Riccardo Di Veroli, Giuseppe Speziale, Fabrizio Grillo, Valerio Colapaoli, (Pierluigi Esposito), Alessandro Comino, Paolo Bonolis, Stefano Succi, Emanuele Curti, Luca Penso e Ciriaco Grosso (in rigoroso ordine di lista),

mi sorge un grande dubbio:

positivo de che ?

ma c’ho scritto ?

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