Basket Maschile

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NOI CHE GIOCHIAMO (A BASKET)

Roma, 14.2.2014. La mail del Movimento Forense atterrò nel mio pc il 30 maggio 2013, mentre ero alle prese con l’organizzazione dei solenni festeggiamenti per il mio ormai prossimo cinquantenario. E come tutte le mail delle confraternite avvocatesche anche quella era destinata al cestino, a busta chiusa: un’abitudine che deriva dagli anni di politica forense vissuti in prima linea, un secolo fa, e conclusi con la delusione bruciante che solo le passioni giovanili possono riservare.

Ma l’oggetto della mail in questione era intrigante: polisportiva degli avvocati. Meritava uno strappo alla regola; tentazione alla quale, peraltro, cedo spesso e volentieri.

La lessi. Niente convegni, proteste, polemiche personalistiche dei soliti narcisi; bensì calcio, tennis, basket, volley, e via giocando. Tutti sport che, a parte l’inquietante kinesomatica, bene o male avevo praticato, seppure in età diverse e con diverse fortune, ma sempre con somma libidine.

Fu così che presi tre decisioni simultanee: la prima è che avrei letto tutte le mail del Movimento Forense, quale riconoscimento per la meritoria iniziativa; la seconda, che avrei giocato di nuovo a pallacanestro, trent’anni dopo l’ultima partita; la terza, conseguenziale alla seconda, che avrei aumentato il massimale della mia polizza vita.

Quando la sera comunicai la novità a casa, mia moglie si mostrò subito entusiasta, forse perché lo ero anch’io o forse, più probabilmente, al pensiero di una vedovanza dorata che presagiva come imminente quanto ineluttabile. Mia figlia, adolescente pragmatica, concesse il suo nihil obstat alla sola condizione che le rivelassi la password dell’i-pad, che evidentemente sentiva già suo. Sommerso da quell’ondata d’affetto, promisi – soprattutto a me stesso – che sarei stato attento ad ogni minima avvisaglia cardiaca. E, con una certa emozione, preparai la borsa.

Al primo allenamento sopravvissi senza sforzo (e senza defibrillatore), tentando di ripescare antiche movenze cestistiche e soprattutto assaporando ogni singolo momento del mio temerario ritorno al passato. Certo, ero ben conscio del gap incolmabile che mi separava dai compagni più allenati, più bravi, più giovani, cioè praticamente da tutti gli altri, ma non m’importava: il mio unico scopo era, e rimane, quello di non essere cacciato per manifesta inidoneità, magari con l’invito a dedicarmi a passatempi meno faticosi. Finora non è accaduto; e per questo ringrazio commosso i miei benevoli amici cestisti.

A proposito, due parole su di loro. Quando si entra in un gruppo già formato c’è sempre il rischio di turbare equilibri o gerarchie: ma poiché di solito sono i top player – veri o sedicenti tali – quelli che “spaccano” lo spogliatoio, devo dire che io quel rischio non l’ho neppure sfiorato. Ottima accoglienza, dunque, e nuovi amici: simpatici e piacevoli, benché avvocati. Certo, anche da noi, come in ogni squadra, non mancano le diatribe interne, ogni tanto volano parole grosse; ma fa parte del gioco. E poi, devo dirlo, abbiamo un coach dotato di pazienza sconfinata con il quale è davvero difficile attaccare briga. E’ stato lui a chiedermi di scrivere queste righe; non so perché l’abbia fatto, ma so che non potevo dirgli di no.

Così, a distanza di mesi da quella mail del MF, continuo ad arrancare allegramente sul parquet del Palaluiss, sordo alle imprecazioni di tendini e legamenti inaspettatamente richiamati alle armi, mentre il pensiero già corre alla prossima partita di campionato e, ancor più, alla conseguente cena con la squadra.

In fondo, la vecchiaia comincia quando finisce la voglia di giocare

Roberto di Luzio


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