Politica Forense

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MOVIMENTO FORENSE: PROPOSTE DI RIFORMA  DEL PROCESSO CIVILE A COSTO ZERO

La situazione di forte criticità in cui versa la giustizia civile, ormai incapace di smaltire il carico di lavoro che la sovrasta, è un fatto profondamente sedimentato e caratterizzante il nostro sistema giudiziario, contro il quale da molti anni le forze politiche e di governo tentano, inutilmente, di mettere in campo correttivi e riforme.

Nel merito di questa ben nota situazione occorre considerare come i tempi lunghi del processo civile (al pari del resto, di quello penale) che si sono cronicizzati negli ultimi cinquant’anni, non sono mai stati e non sono dovuti alle due forme di rito succedutesi nel tempo che – pur nella loro insita perfettibilità – sono sempre risultate dottrinalmente e, costituzionalmente, positive e coerenti. Invero, la durata TEORICA del primo grado di un processo civile sulla base della disciplina attuale, è di circa 15 mesi (pari a 450 giorni circa).

 

Ma vediamola nel dettaglio.

Prima udienza: 90 gg

1°mem.ex art.183 CPC VI comma: 120 gg

2°mem. ex art.183 CPC VI comma: 150 gg

3°mem.ex art.183 CPC VI comma: 170 gg

Ordinanza ammissione mezzi istruttori: 200gg

1° udienza istruttoria(testi/int. Formale o CTU): 230 gg

2° udienza istruttoria(testi/int. Formale o CTU): 290gg

Precisazione delle conclusioni: 320gg

Memoria conclusionale: 380gg

Memoria di replica: 400gg

SENTENZA: 460gg

La situazione REALE, invece, è ben diversa.

Infatti, secondo il rapporto “Doing Business 2012” l’Italia è ancora al 158° posto, su 183 economie esaminate, per quanto riguarda il tempo necessario alla giustizia civile per risolvere una controversia commerciale tra due imprese: in Italia per concludere un processo ed ottenere una sentenza definitiva sono necessari (mediamente) 1.210 giorni (40 mesi circa) a fronte dei 331 impiegati in Francia ed i 394 impiegati in Germania. In linea generale la durata “media” dei procedimenti in primo e secondo grado supera di due o tre volte quella degli altri Paesi dell’Unione Europea.

Una giustizia lenta incrementa il ricorso delle imprese al debito commerciale (dilazioni di pagamento) ed è associata anche ad una minore natalità delle imprese e soprattutto ad una loro minore dimensione media.

Inoltre, una giustizia lenta, costosa e burocraticizzata allontana l'investimento di capitali stranieri.

Nel corso degli ultimi anni da più parti - strumentalmente e con il chiaro intento di individuare un responsabile– si è imputata l’eccessiva lunghezza dei processi agli avvocati fondando queste argomentazioni sul luogo comune in base al quale l’avvocato guadagnerebbe in proporzione alla durata del processo (“causa che pende, causa che rende”). Tale assunto viene contestato e smentito recisamente - al contrario - l’Avvocato ha tutto l’interesse a che il contenzioso si esaurisca nel più breve periodo di tempo per poter maturare il proprio compenso professionale. 

 

Realmente, le cause della lungaggine e del dispendio di tempo ed energie sono e sono sempre state dovute alla carenza costante di Giudici, del personale di Cancelleria ed alla vistosa inadeguatezza strutturale ed organizzative delle sedi giudiziarie, logisticamente troppo piccole ed inidonee a consentire il più efficacie  e funzionale impegno lavorativo di tutti i pochi Giudici in servizio.

Gli ultimi Governi, nel tentativo di risolvere l’evidente situazione di stallo in cui versa il sistema della Giustizia e per razionalizzare le risorse, sono intervenuti con provvedimenti finalizzati a deflazionare il contenzioso ed a reperire risorse aumentando i costi per l’accesso alla giustizia (contributo unificato, diritti di cancelleria, etc.), e da ultimo anche con la nota Revisione delle Geografia Giudiziaria.

Purtroppo si è trattato, spesso, di interventi non organici, non concordati con chi quotidianamente lavora e vive nei Tribunali (ad esempio, l’Avvocatura), e che hanno creato nuove problematiche senza risolvere esaustivamente quelle per le quali furono pensati.

Ad esempio, con la Revisione della Geografia Giudiziaria, sono stati adottati tagli lineari non esaminando le singole realtà territoriali (senza dialogo con le rispettive rappresentanze) su cui si andava ad incidere e creando enormi disagi che in alcune zone influiranno negativamente sulla lunghezza dei processi.

Sono stati “accorpati” decine di uffici giudiziari senza aver prima considerato l’indice di criminalità nella zona, il numero delle cause trattate, l’efficienza e, in modo emblematico, neppure i collegamenti stradali e ferroviari.

Il Movimento Forense non è contrario ad una riforma della Geografia Giudiziaria” se fatta con criterio, ascoltando gli operatori del settore e se concepita di pari passo con l’attuazione del Processo Civile Telematico. In tal modo si consentirebbe agli utenti degli uffici giudiziari (avvocati e cittadini) di accedervi molto di rado e solo per incombenti che necessitano la presenza fisica, per esempio le udienze.

 

Un altro esempio: Gli interventi del Governo Letta nel settore che ci interessa. Il “Decreto del Fare” del 15 giugno ha introdotto una serie di misure per diminuire (almeno nelle intenzioni) il numero dei procedimenti giudiziari in entrata, attraverso la mediazione obbligatoria per numerose tipologie di cause; la creazione, presso gli uffici giudiziari, di stage formativi e di supporto al lavoro giudiziale (tirocinio giovani laureati); l’istituzione di un contingente di 400 giudici onorari per la definizione del contenzioso pendente presso le Corti di Appello; introduzione dell’art. 791 bis cpc (successioni: divisione a domanda congiunta affidata ai Notai); art. 185 bis cpc (Il giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. La proposta di conciliazione non può costituire motivo di ricusazione o astensione del giudice ”.);modifica in materia di opposizione a decreto ingiuntivo degli artt. 645 2° commae 648 cpc1° comma.

Tali interventi, seppur lodevoli nelle intenzioni, non sono stati concertati con gli operatori del diritto ma imposti senza nessun riguardo nei confronti di chi avrebbe volentieri offerto il proprio prezioso e competente contributo. Il risultato è che gli interventi sono insufficienti e non offrono un contributo risolutivo.

LA SITUAZIONE DELLA GIUSTIZIA RICHIEDE INTERVENTI MIRATI,

E QUALIFICATI DA COMPETENZA E LOGICITA’

UNA GIUSTIZIA EFFICIENTE

E’ INTERESSE DI TUTTI ED E’ POSSIBILE

 

Sulla base di quanto evidenziato, occorre focalizzare l’attenzione su proposte specifiche e mirate di modifica del Codice di Procedura Civile, che siano compatibili con i fondamentali principi dottrinali e costituzionali del Giusto Processo.

In attesa di una riforma organica, il Movimento Forense ha chiesto agli avvocati italiani spunti di riflessione e proposte di facile intervento sul processo civile, finalizzati ad aumentare la competitività del Paese mediante un incremento dell’efficienza, possibilmente senza aumento dei costi, o addirittura con eventuali risparmi.

I suggerimenti dell’Avvocatura sono stati vagliati da un Comitato Scientifico del Movimento Forense, che ha redatto le proposte di seguito riportate (che ovviamente non esauriscono tutti i miglioramenti possibili).

Il risultato, come potrete vedere, è che è possibile apportare un immediato miglioramento della situazione della GIUSTIZIA CIVILE, senza aggravio di costi per lo Stato, senza ricorrere a libri dei sogni, e mantenendo inalterato il sistema di fondamentali garanzie giuridiche e processuali per i cittadini.

 

LE PROPOSTE DEL MOVIMENTO FORENSE

PER LA RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE

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PROPOSTA 1)

PROPOSTA DI MODIFICA DELL’ART. 474 CPC:

CONFERIRE VALORE DI TITOLO ESECUTIVO ALLE TRANSAZIONI, SOTTOSCRITTE DALLE PARTI CON L’ASSISTENZA DEGLI AVVOCATI

Trattasi di una modifica del codice di procedura civile, semplice ed intuitiva, che avrebbe una portata immediatamente deflattiva del contenzioso, senza alcun pregiudizio del diritto di accesso alla giustizia, e senza alcun costo aggiuntivo per i cittadini.

Si propone, infatti, di modificare l’art. 474 c.p.c., aggiungendo al novero degli atti aventi efficacia di titolo esecutivo, anche le transazioni sottoscritte dalle parti con l’assistenza dei difensori, analogamente a quanto già previsto per le scritture private autenticate (ad esclusione degli atti soggetti a pubblicità immobiliare o commerciale, che quindi potranno acquisire efficacia di titolo esecutivo solo laddove abbiano la forma prevista dall’art. 474 n. 3 c.p.c.).

Tali atti (che le parti hanno sottoscritto con l’assistenza tecnica dei propri difensori), dunque, diverrebbero immediatamente suscettibili di esecuzione forzata, previa notificazione del precetto, eliminando la necessità di radicare un contenzioso (in via monitoria o cognitoria). Il che comporterebbe risparmio di costi e di tempo per il cittadino.

Come sopra precisato, trattasi di una modifica semplice, limitata all’ambito dei diritti disponibili e che evita ogni problema di armonizzazione con la disciplina in materia di trascrizione e di spedizione degli atti in forma esecutiva.

Questa è la norma del codice di procedura civile con le modifiche proposte (le modifiche proposte sono in grassetto):

Art. 474 c.p.c. Titolo esecutivo

L'esecuzione forzata non può avere luogo che in virtù di un titolo esecutivo  per un diritto certo, liquido ed esigibile.

Sono titoli esecutivi:

1)    le sentenze, i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva;

2)    le scritture private autenticate, relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute, le cambiali, nonché gli altri titoli di credito ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia; le transazioni, sottoscritte dalle parti con l’assistenza degli avvocati purché dal contratto risulti in modo espresso e non equivoco la volontà delle parti di conferire allo stesso efficacia di titolo esecutivo, e con esclusione degli atti soggetti a pubblicità immobiliare o commerciale i quali costituiscono titolo esecutivo solo se ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli;

3)    gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli.

L'esecuzione forzata per consegna o rilascio non può aver luogo che in virtù dei titoli esecutivi di cui ai numeri 1) e 3) del secondo comma. Il precetto deve contenere trascrizione integrale, ai sensi dell'articolo 480, secondo comma, delle scritture private autenticate e delle transazioni di cui al numero 2) del secondo comma.

Questa è la norma vigente: Art. 474 c.p.c. Titolo esecutivo

L'esecuzione forzata non può avere luogo che in virtù di un titolo esecutivo  per un diritto certo, liquido ed esigibile.

Sono titoli esecutivi:

1)    le sentenze, i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva;

2)    le scritture private autenticate, relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute, le cambiali, nonché gli altri titoli di credito ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia;

3)    gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli.

L'esecuzione forzata per consegna o rilascio non può aver luogo che in virtù dei titoli esecutivi di cui ai numeri 1) e 3) del secondo comma. Il precetto deve contenere trascrizione integrale, ai sensi dell'articolo 480, secondo comma, delle scritture private autenticate di cui al numero 2) del secondo comma.


PROPOSTA 2)

PROPOSTA DI MODIFICA DEL D. LGS. 28/2010 IN MATERIA DI

MEDIAZIONE IN MATERIA CIVILE E COMMERCIALE:

INTRODUZIONE DEL TENTATIVO DI CONCILIAZIONE

A MEZZO DEGLI AVVOCATI

Come è noto, il Governo Letta con il Decreto del "fare" (decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69), ha reintrodotto l’istituto della mediazione obbligatoria per molte controversie. Infatti essa è condizione di procedibilità in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi bancari e finanziari.

Una riflessione ed una proposta:

Quando un cittadino si rivolge ad un avvocato per assistenza legale in merito ad una controversia, nella maggior parte dei casi (quasi sempre) il legale tenta di risolvere bonariamente il contenzioso (scrivendo alla controparte, contattando l’eventuale collega che assiste parte avversa). Questo perché da un lato l’assistito raramente affronta volentieri una causa giudiziale lunga, di esito incerto e dai costi imprevedibili (e l’avvocato ben rappresenta tali problematiche al proprio cliente). Dall’altro lato, perché, anche nell’ottica di fidelizzazione del cliente stesso, è consigliabile quanto meno tentare una soluzione più economica e più rapida (per l’assistito), anche se non integralmente satisfattiva delle sue iniziali pretese.

Insomma, il primo tentativo di mediazione lo fanno proprio gli avvocati!

Per questo il Movimento Forense ha immaginato una soluzione semplice e pratica, a costo zero, la quale si tradurrebbe in un grande vantaggio per i cittadini che ne trarrebbero risparmio di tempo e costi.

Si tratta di consentire la Mediazione anche al di fuori degli organismi, quindi, riconoscere lo stesso valore del verbale redatto in un organismo di Mediazione, alla scrittura privata sottoscritta dalle parti e dai difensori (come detto, mediatori ex lege).

-                Nella scrittura si dovrà dar atto del tentativo di far raggiungere un accordo alle parti: se il tentativo di Mediazione avrà esito negativo, con la sottoscrizione del verbale sarà superata la condizione di procedibilità, in caso positivo l’accordo avrà lo stesso valore di quello raggiunto nell’ambito della Mediazione.

-                Valutabile la previsione di ottenere l’omologa da parte del Tribunale per “sicurezza giuridica”.

Si propone, dunque, di modificare il D.lgs 28 2010 ( e succ. mod., cfr. decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 cd. decreto “del fare”, convertito in legge 9 agosto 2013 n. 98) introducendo la seguente norma:

ART. 12 BIS – Tentativo di conciliazione a mezzo degli avvocati difensori

1. La condizione di procedibilità di cui all’art. 5 si considera avverata anche tramite un tentativo di conciliazione della controversia esperito dagli avvocati delle parti. A tal fine gli avvocati promuovono un incontro tra le parti, prorogabile in più sessioni, e formano un processo verbale in cui debbono essere indicati le parti, l’oggetto della controversia e l’esito positivo o negativo del tentativo di conciliazione.

2. Se la conciliazione ha esito positivo, al processo verbale deve essere allegato il testo dell’accordo.

3. Il verbale è sottoscritto dalle parti e dai difensori, che attestano l’autografia dei rispettivi assistiti o la loro impossibilità di sottoscrivere. Nello stesso verbale deve darsi atto anche della mancata partecipazione personale di una delle parti al tentativo di conciliazione.

4. L’accordo raggiunto, può prevedere il pagamento di una somma di denaro per ogni violazione o inosservanza degli obblighi stabiliti ovvero per il ritardo nel loro adempimento.

5. Se con l’accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’articolo 2643 del codice civile, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

6. L’accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Gli avvocati attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. In tutti gli altri casi l’accordo allegato al verbale è omologato, su istanza di parte, con decreto del presidente del tribunale, previo accertamento della regolarità formale e del rispetto delle norme imperative e dell’ordine pubblico. Nelle controversie transfrontaliere di cui all’articolo 2 della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio, il verbale è omologato dal presidente del tribunale nel cui circondario l’accordo deve avere esecuzione.

Al tentativo di conciliazione esperito a mezzo degli avvocati difensori, si applicano per quanto compatibili le disposizioni di cui agli articoli seguenti: articolo 5, articolo 6, articolo 7, articolo 8 comma 4-bis, articolo 9 comma 1, articolo 10 comma 1, articolo 15, articolo 17 comma 2 e 3.

 

Alcune riflessioni del Movimento Forense sull’istituto della mediazione civile e commerciale obbligatoria.

Ferma la proposta sopra formulata, pare doveroso esporre alcune riflessioni sull’istituto che ci occupa, sorte dall’esperienza quotidiana.

Pur non essendo contrari alle forme di definizione alternativa delle controversie, il sistema della Mediazione – caratterizzato dalla obbligatorietà – non può che lasciare perplessi anche in considerazione del clamoroso insuccesso dell’Istituto già precedentemente introdotto che per il cittadino ha costituito esclusivamente un ulteriore esborso economico ed una ulteriore perdita di tempo rispetto alla esigenza di giustizia. I dati affermano che soltanto circa il 15% delle procedure di mediazione attivate si sono concluse con un accordo.

La Mediazione può essere utilissima qualora vi sia una reale disponibilità delle parti a trovare una soluzione, ma è del tutto inutile, dilatoria e costosa quanto tale volontà manchi.Peraltro, alla luce della introduzione dell’art. 185 bis cpc che, come abbiamo visto, introduce la possibilità per il Giudice di proporre una soluzione in prima udienza o all’esito dell’attività istruttoria ci si domanda se non sarebbe stato sufficiente questo strumento. Si consideri inoltre che in virtù dell’art. 185 cpc esiste la possibilità per le parti di chiedere congiuntamente al Giudice la comparizione personale per fini conciliativi.

Come al solito si ha la sensazione che chi si occupa delle riforme non abbia una visione d’insieme della struttura già esistente del processo ma intervenga senza avere una competenza reale.

L’istituto – a nostro avviso – avrebbe avuto più senso se inserito all’interno del processo (come in effetti fa l’art. 185 bis cpc) allo scopo di comprimere i tempi di accesso alla Giustizia e non costringere le parti, dopo aver fallito il tentativo prima del processo (quello di mediazione), ad introdurre un giudizio dopo un ulteriore lasso di tempo(e con aggravio di costi, dato che la mediazione non è gratuita).


PROPOSTA 3)

PCT (Processo Civile Telematico) E SUPPORTO ALLE CANCELLERIE

Particolarmente importante, ai fini della speditezza del lavoro in sede giudiziaria e della razionalizzazione dei tempi e dei costi è la digitalizzazione della Giustizia, all’interno della quale si inserisce il c.d. Processo Civile Telematico, che attualmente consente di:

ü    Consultare i propri fascicoli attraverso Portale Ministeriale (Registri delle Cancellerie)

ü    Redigere e firmare l'atto di parte

ü    Effettuare pagamenti telematici

ü    Inviare telematicamente (depositare) l'atto di parte (ad es.note ex art. 183 cpc VI comma, conclusionali, repliche)

ü    Ricevere comunicazioni da parte dell'Ufficio Giudiziario

ü    Ottenere Decreti Ingiuntivi tramite la procedura telematica

L’estensione dell’uso del PCT consentirà una razionalizzazione dei tempi e dei costi delle pratiche giudiziarie, e porterà alla riduzione degli enormi quantitativi di carta movimentati e depositati negli uffici giudiziari (con conseguente riduzione dei costi legati agli spazi fisici occupati dagli uffici giudiziari: cd. impatto ambientale).

Il sistema attualmente è attivo, ma NON funzionante in tutti i fori (numerosi Tribunali sono sprovvisti di scanner e di personale qualificato in grado di utilizzare strumentazioni elettroniche evolute), anche se la piattaforma tecnologica (sicuramente migliorabile) sembra in grado di svolgere la funzione.

Inoltre, ad oggi, il PCT non è operativo negli Uffici del Giudice di Pace, nelle Corti d’Appello e nella Corte di Cassazione.

L’auspicio, ovviamente è che si arrivi ad una operatività completa dell’informatizzazione dei processi.

La proposta del Movimento Forense:

Proprio per addivenire al risultato di una completa diffusione ed utilizzazione dei sistemi informatici nell’esercizio della Giustizia, il Movimento Forense propone di pensare a forme di SUPPORTO PER CANCELLERIE, che aiutino il personale (spesso non avvezzo all’uso delle nuove tecnologie) in questo percorso ormai necessario.

A tal fine, si evidenzia, come in alcuni fori il “volontariato” in cancelleria come forma di pratica forense è già stato sperimentato, in convenzione con Ordini o con Università.

Lo stesso Decreto del fare introduce questa possibilità per i neo laureati. Si tratta di un’esperienza che può arricchire molto il curriculum del giovane Avvocato e rivelarsi preziosa per la sua carriera. Dall’altro lato, i giovani possono risultare d’ausilio in ambienti che ancora faticano a relazionarsi con strumenti tecnologici  quali PEC o PCT, creando uno scambio di esperienza e professionalità.

 

Un esempio pratico: Le esperienze di supporto esterno alle cancellerie si sono dimostrate fino ad oggi vincenti: su proposta del Movimento Forense, il COA di Roma nel 2010 ha distaccato 6 risorse part time presso l’Ufficio del Giudice di Pace di Roma, riuscendo a smaltire in pochi mesi circa il 20% di un arretrato di sentenze da pubblicare giacenti da oltre cinque anni e pari ad oltre 120.000.

 


PROPOSTE NUMERO 4-5-6-7

IN MATERIA DI INGIUNZIONE DI PAGAMENTO

E DI ESECUZIONE FORZATA

Come è noto, uno dei grandi problemi del nostro paese è il recupero del credito.

Attualmente il sistema Giustizia non è in grado di garantire al creditore il recupero del dovuto, ed anzi lo costringe ad estenuante e costoso percorso giudiziario, che spesso si risolve in un totale fallimento.

La situazione è gravissima, e sono urgenti misure che, quanto meno, limitino uno status quo che, di fatto, lascia privi di tutela diritti fondamentali dei cittadini, con grave pregiudizio anche per la tenuta sociale.

Il recupero del credito si svolge, di regola, in diverse fasi:

1)             L’accertamento giudiziale del diritto di credito e quantificazione dello stesso: questo avviene tramite una causa ordinaria che si conclude con una sentenza, o tramite una procedura sommaria che si conclude con l’emissione di un decreto ingiuntivo.

2)             L’esecuzione: ossia il materiale trasferimento delle somme dal debitore al creditore. Questa fase avviene a mezzo degli Ufficiali Giudiziari e, in giudizio, dinnanzi al Giudice dell’Esecuzione.

Entrambe le fasi sono notevolmente problematiche, ed abbisognano di interventi organici che le rendano idonee a raggiungere il fine che ne giustifica l’esistenza. Ossia debbono garantire l’effettivo recupero del credito nella maggioranza dei casi.

Ciò che oggi, purtroppo non avviene.

Certamente urgono misure anche preventive, cioè mirate alla situazione precedente all’insolvenza. Ma qui ci si occuperà prettamente della fase già patologica, ossia del momento in cui un creditore si rivolge ad un Giudice per recuperare quanto gli è dovuto.

Inizieremo, in particolare, con alcune proposte relative alla procedura di ingiunzione di pagamento, finalizzata all’emissione di un decreto ingiuntivo, ossia di un provvedimento giudiziale con cui il Giudice, senza aver ascoltato la difesa del debitore (che tuttavia ha 40 giorni di tempo per opporsi), gli ingiunge il pagamento della somma richiesta dal creditore.

 

PROPOSTA 4)

PROPOSTA DI MODIFICA DELL’ART. 634 C.P.C.

INTRODUZIONE DELLA FACOLTA’ PER I DOTTORI COMMERCIALISTI

DI RILASCIARE DICHIARAZIONE DI AUTENTICITA

DELLE SCRITTURE CONTABILI

Ex art. 634 c.p.c., comma 2, il creditore quando chiede al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo, deve allegare, ad esempio, oltre alle fatture non pagate, anche un estratto autentico delle scritture contabili dalle quali risulti l’annotazione delle fatture stesse.

Tale autenticazione oggi viene fatta esclusivamente dal Notaio e costituisce per le imprese un costo ulteriore.

La proposta del Movimento Forense è quella di consentire che il decreto ingiuntivo possa essere emesso anche sulla base di una certificazione sostitutiva di conformità delle scritture contabili, la quale possa essere redatta direttamente dal Commercialista incaricato della tenuta di contabilità del creditore.

Sarebbe anche auspicabile una modifica dell’art. 2215 Codice Civile, nel senso di estendere l’abilitazione alla bollatura o vidimazione delle scritture contabili (ove prevista) anche ai Dottori Commercialisti (oltre che all’ufficio del registro ed al notaio).

 

Questa è la norma del codice di procedura civile con le modifiche proposte (le modifiche proposte sono in grassetto):

Art. 634 c.p.c. – Prova scritta

Sono prove scritte idonee a norma del numero 1 dell’articolo precedente le polizze e promesse unilaterali per scrittura privata e i telegrammi, anche se mancanti dei requisiti prescritti dal codice civile.

Per i crediti relativi a somministrazioni di merci e di danaro, nonchè per prestazioni di servizi, fatte da imprenditori che esercitano un’attività commerciale, anche a persone che non esercitano tale attività, sono altresì prove scritte idonee gli estratti autentici delle scritture contabili di cui agli articoli 2214 e seguenti del codice civile, purchè bollate e vidimate nelle forme di legge e regolarmente tenute, nonchè gli estratti autentici delle scritture contabili prescritte dalle leggi tributarie, quando siano tenute con l’osservanza delle norme stabilite per tali scritture. La conformità degli estratti delle scritture contabili rispetto all’originale può risultare anche da una dichiarazione di autenticità rilasciata dal Dottore Commercialista.

 

PROPOSTA 5)

INDIVIDUARE UN UNICO GIUDICE COMPETENTE PER L’OPPOSIZIONE ALL’ESECUZIONE

Attualmente avverso un provvedimento esecutivo, ad esempio una cartella esattoriale (oppure una ipoteca o un fermo amministrativo su motoveicolo o autovettura iscritti dal Concessionario Equitalia), è necessario fare tante opposizioni per quanti sono i diversi giudici competenti a conoscere del credito portato dal titolo stesso. Quindi, sempre continuando con l’esempio sopra citato, capita di dover impugnare una stessa cartella esattoriale in parte innanzi alla Commissione Tributaria, in parte innanzi al Giudice di Pace, in parte innanzi al Tribunale a seconda della natura del credito vantato dalla PA (sanzione amministrativa o tributo).

Ciò comporta una moltiplicazione di costi, ed una moltiplicazione del contenzioso, anche in punto di competenza.

Si propone quindi di unificare la competenza del giudice dell’opposizione all’esecuzione, individuandola nel Giudice Ordinario.

 

 

PROPOSTA 6)

POSSIBILITA’ DI AVVALERSI DI GUARDIE GIURATE

NELLA FASE ESECUTIVA

Le esecuzioni in Italia sono estremamente rallentate a causa delle cronica indisponibilità non solo degli Ufficiali Giudiziari, ma anche e soprattutto della Forza Pubblica. L’esecuzione di uno sfratto può richiedere anni.

Pertanto si propone la sostituibilità della Forza Pubblica con Guardie Giurate, a scelta ed a spese di chi procede con l’esecuzione.

E’ importante precisare che la titolarità e la responsabilità dell’esecuzione rimarrebbe sempre in capo all’Ufficiale Giudiziario che deve essere fisicamente presente durante le operazioni (delle quali, peraltro, è tenuto a redigere processo verbale). Pertanto non vi è alcun pericolo di abusi nel caso egli venga assistito da una Guardia Giurata invece che da un Agente di Polizia.

Eventualmente si potrebbe riflettere sull’opportunità di subordinare l’abilitazione delle Guardie Giurate ad assistere gli Ufficiali Giudiziari durante le operazioni esecutive, ad un percorso formativo ad hoc con rilascio di apposito attestato.

 

Ad ogni modo, i vantaggi di una simile soluzione sono evidenti, in quanto:

a)             Si velocizzerebbero le procedure esecutive, consentendo una più agevole calendarizzazione delle stesse;

b)             Il costo dell’intervento della Guardia Giurata graverebbe unicamente sull’esecutante (che si potrà rivalere sull’esecutato, e ciò deve essere espressamente previsto);

c)             Si tratterebbe di un’alternativa volontaria, e quindi rimarrebbe ferma la possibilità di richiedere l’assistenza della Forza Pubblica;

d)             Infine, si noti che questa proposta, anch’essa priva di costi per l’erario, oltre a liberare risorse della Forza Pubblica, consentirebbe anche l’incremento del lavoro per le Agenzie di Vigilanza, contribuendo almeno in parte a rimettere in moto un piccolo settore dell’economia.

 

 

PROPOSTA 7)

PROCEDURE DI RECUPERO DEL CREDITO RELATIVO A COMPENSI PROFESSIONALI: ESTENSIONE DELLE ESENZIONI / RIDUZIONI DAL PAGAMENTO DELLE SPESE PROCESSUALI

Lo diremo subito. Questa non è una proposta a costo zero. Tuttavia è una proposta di civiltà che merita di essere avanzata e sostenuta. E che può tradursi, invero, in vantaggio anche per l’erario.

E’ noto che per quanto riguarda le cause individuali di lavoro (ossia quelle elencate nell’art. 409 c.p.c.), in materia di spese processuali vige il principio di gratuità delle stesse (legge n. 533/1973 art. 10), salvo che per quanto riguarda l’onere di pagamento del contributo unificato (introdotto nel 2011 anche per tali controversie), che tuttavia è dimezzato e con possibilità di esenzione per chi dimostri di essere titolare di un reddito (lordo e familiare) inferiore al triplo del limite fissato per l’accesso al gratuito patrocinio (cfr. art. 76 d.p.r. 115/2002).

Orbene, non vi è alcuna ragione per escludere da tali agevolazioni le controversie concernenti quanto meno il recupero del credito (in via monitoria o cognitoria) relativo al compenso dei liberi professionisti, laddove tale attività sia esercitata in via esclusiva o prevalente.

Infatti tale compenso costituisce, per il professionista, la forma di sostentamento necessario per la sopravvivenza, analogamente alla retribuzione per il lavoratore dipendente.

Pertanto si propone di estendere il regime di esenzione ed agevolazione fiscale previsto per le controversie individuali di lavoro, anche alle controversie relative al recupero del credito relativo ai compensi dei liberi professionisti. A tal fine si propongono le seguenti modifiche normative (le modifiche sono evidenziate in grassetto):

1) LEGGE 2 aprile 1958, n. 319 - Esonero da ogni spesa e tassa per i giudizi di lavoro

Articolo unico
Gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi alle cause per controversie individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, nonché gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi alle cause per controversie aventi ad oggetto il recupero di crediti riguardanti compensi o rimborsi derivanti dall’esercizio di una libera professione, gli atti relativi ai provvedimenti di conciliazione dinanzi agli uffici del lavoro e della massima occupazione o previsti da contratti o accordi collettivi di lavoro nonche' alle cause per controversie di previdenza e assistenza obbligatorie sono esenti, senza limite di valore o di competenza, dall'imposta di bollo, di registro e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 9, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115.
Sono allo stesso modo esenti gli atti e i documenti relativi alla esecuzione sia immobiliare che mobiliare delle sentenze ed ordinanze emesse negli stessi giudizi, nonche' quelli riferentisi a recupero dei crediti per prestazioni di lavoro nelle procedure di fallimento, di concordato preventivo e di liquidazione coatta amministrativa. 
Le disposizioni di cui al primo comma si applicano alle procedure di cui agli articoli 618-bis, 825 e 826 del codice di procedura civile.

2) D.P.R. 115/2011

ART. 9 (Contributo unificato) […]

1-bis. Nei processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie, nonche' quelle per controversie aventi ad oggetto il recupero di crediti riguardanti compensi o rimborsi derivanti dall’esercizio di una libera professione e per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, le parti che sono titolari di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, superiore a tre volte l'importo previsto dall'articolo 76, sono soggette, rispettivamente, al contributo unificato di iscrizione a ruolo nella misura di cui all'articolo 13, comma 1, lettera a), e comma 3, salvo che per i processi dinanzi alla Corte di cassazione in cui il contributo e' dovuto nella misura di cui all'articolo 13, comma 1.

 

 

 

Una Riflessione

Si prevede la facile critica alla proposta sopra dettagliata: in questo periodo di crisi mancano le coperture per concedere qualsivoglia agevolazione fiscale. Anzi, mancano coperture per sostenere coloro che versano in stato di grave indigenza, ed i liberi professionisti sono l’ultimo dei pensieri.

Ebbene, premesso che oggi i liberi professionisti sono spesso in stato di indigenza grave, vi è tuttavia un grave vizio logico nel ragionamento critico esposto, e che si traduce in danno anche per lo Stato. Purtroppo sarà necessario tediare con qualche dettaglio tecnico.

E’ noto che un libero professionista, quando chiede al cliente il pagamento delle proprie spettanze, redige dapprima un “pro forma”. Solo dopo aver ricevuto il pagamento, verrà emessa fattura e, conseguentemente verranno pagati gli oneri fiscali relativi.

Perciò il mancato pagamento di una parcella professionale comporta un danno non solo per il professionista, ma anche per lo Stato, che è, dunque, anch’egli soggetto interessato al recupero di questo credito (giacchè una quota è di sua competenza).

Sarebbe, pertanto, auspicabile prevedere un meccanismo di collaborazione tra i creditori (lo Stato ed il professionista), al fine di recuperare le rispettive spettanze. A tal fine si potrebbe riflettere sull’opportunità che il professionista, una volta ottenuto accertamento giudiziale del proprio diritto di credito, trasmetta l’informazione all’Agenzia delle Entrate, la quale potrà procedere, direttamente nei confronti del cliente debitore al recupero delle imposte gravanti sullo stesso (iva e ritenuta d’acconto).

In questo modo, si troverebbero non solo le coperture per concedere le agevolazioni fiscali sopra proposte (le quali incentiverebbero il professionista a far valere le proprie ragioni), ma si reperirebbero anche nuove risorse per lo Stato.

 

 

PROPOSTA 8)

SEPARAZIONI E DIVORZI CONSENSUALI

SNELLIMENTO DELLA PROCEDURA IN ASSENZA DI FIGLI

In tutti i casi di separazioni e divorzi consensuali senza figli, la funzione del Giudice è assolutamente marginale, soprattutto ove le Parti siano dotate di assistenza tecnica.

Pertanto si propone che in tali casi la separazione personale dei coniugi ed il divorzio vengano effettuati tramite un atto a ministero dei difensori depositato in Tribunale ai soli fini dell’omologa.

Si tratta di un intervento fortemente deflattivo, che può liberare circa un terzo dei Magistrati che si occupano di famiglia, oltre alla proporzionale quota di personale di cancelleria.

Pertanto, l’intervento proposto comporta riduzioni di costi per il Sistema Giustizia e per i cittadini, oltre allo snellimento e alla velocizzazione dei procedimenti in questione.

Si propone, pertanto l’inserimento nell’ordinamento giuridico delle seguenti norme:

1) Art. 711-bis – Separazione consensuale in assenza di figli e Modifica degli accordi di separazione

Nel caso di separazione consensuale previsto nell’articolo 158 del codice civile in assenza di figli, i coniugi possono depositare istanza congiunta di omologazione dell’accordo relativo alle condizioni di separazione, sottoscritto da entrambi i coniugi e dall’avvocato difensore che certifica l’autenticità delle firme e dal quale deve risultare espressamente il consenso dei coniugi alla separazione, e la dichiarazione dell’avvocato difensore di aver esperito senza successo il tentativo di riconciliazione.

Il Tribunale senza disporre la comparizione dei coniugi dinanzi a sé, provvede con decreto all’omologazione dell’accordo.

La separazione consensuale acquista efficacia con la omologazione del tribunale.

Le condizioni della separazione consensuale sono modificabili a norma dell’art. 710 c.p.c. Nel caso di richiesta congiunta di modificazione delle condizioni di cui all’accordo di separazione con allegazione di un nuovo accordo sottoscritto da entrambe le parti e dal difensore che certifica l’autenticità delle firme, il Tribunale può provvedere senza disporre la comparizione dei coniugi.

2) Legge n. 898/1970, art. 4 comma 16 bis: Nel caso di cui al comma 16, in assenza di figli, il Tribunale può decidere con sentenza, anche senza sentire i coniugi, qualora la domanda congiunta contenente le condizioni inerenti ai rapporti economici risulti sottoscritta da entrambe le parti e dall’avvocato difensore che certifica l’autenticità delle firme. Il ricorso congiunto deve contenere la dichiarazione dell’avvocato difensore di aver esperito senza successo il tentativo di riconciliazione dei coniugi.

 

PROPOSTA 9)

VERBALE D’UDIENZA CIVILE

PROPOSTA DI MODIFICA DEL C.P.C. ARTT. 130 E 84 DISP.ATT.

 

Attualmente il Verbale d’Udienza è disciplinato dalle seguenti

norme del c.p.c.:

Art. 130 Redazione del processo verbale

I. Il cancelliere redige il processo verbale di udienza sotto la direzione del giudice.

II. Il processo verbale è sottoscritto da chi presiede l'udienza e dal cancelliere; di esso non si dà lettura, salvo espressa istanza di parte.

Disp. Att Art. 84. (Svolgimento delle udienze)

I. Le udienze del giudice istruttore non sono pubbliche.
II. Per ciascuna causa sono ammessi davanti al giudice i difensori delle parti e le parti stesse. Queste debbono assistere alla udienza in silenzio, salvo che non ottengano dal giudice, a mezzo del proprio difensore, l'autorizzazione ad interloquire.
III. Le parti e i loro difensori non possono dettare le loro deduzioni nel processo verbale se non ne sono autorizzati dal giudice.

 

Orbene, il processo verbale d’udienza è momento fondamentale dell’esercizio del diritto di difesa, il quale peraltro potrebbe risultare irrimediabilmente compresso dall’applicazione rigorosa di una norma quale quella di cui all’art. 84, comma 3, disp. Att. c.p.c.

E’, dunque, necessaria ed urgente una disciplina uniforme del processo verbale d’udienza, che raccolga e contemperi le esigenze di certezza e speditezza del momento processuale con quelle del pieno diritto di difesa, la cui tutela è affidata al difensore.

Pertanto si propongono le seguenti modifiche al c.p.c. (evidenziate in grassetto):

ü    Art. 130 c.p.c. Redazione del processo verbale

1. Il cancelliere redige il processo verbale di udienza sotto la direzione del giudice.

2. Il processo verbale deve contenere tutte le istanze e le eccezioni delle parti e dei loro difensori.

3.Il Giudice, su istanza di parte, dà lettura del processo verbale d’udienza.

ü    L’abrogazione dell’art. 84, comma 3, disp. Att. c.p.c.


PROPOSTA 10)

RITO FORNERO IN MATERIA DI IMPUGNAZIONE DEL LICENZIAMENTO

ABROGAZIONE O CHIARIMENTO

Come è noto la legge 92/2012 (cd. Legge Fornero) ha introdotto, all’art. 1, commi 48 e segg. un rito specifico per le cause aventi ad oggetto l’impugnazione di licenziamento nei casi rientranti nell’art. 18 legge 300/1970.

In particolare, prima della nuova norma, il lavoratore aveva facoltà di adire l’autorità giudiziaria con unico ricorso, proposto ai sensi dell’art. 414 c.p.c., nel quale poteva proporre cumulativamente TUTTE le proprie pretese concernenti un determinato rapporto di lavoro.

Oggi, con il nuovo rito, il dipendente di un’azienda con più di 15 dipendenti, ingiustamente licenziato e che ritenga di vantare nei confronti del datore di lavoro una molteplicità di pretese, tutte originate dal medesimo rapporto di lavoro, ma non connesse con la specificità del fatto del licenziamento, dovrà radicare due contenziosi: uno specifico per impugnare il licenziamento, ed un altro, ordinario, per azionare le ulteriori richieste.

Ne deriva, come facilmente è intuibile, una moltiplicazione del contenzioso giudiziario ed un aggravio di costi per il lavoratore che, laddove non rientri nelle fasce reddituali di esenzione, sarà tenuto al pagamento di più contributi unificati.

Inoltre la menzionata legge, lascia aperti gravissimi dubbi in punto di diritto processuale.

In particolare non è chiaro:

1)              Cosa accada se il licenziamento viene giudizialmente impugnato con il rito “sbagliato”.

2)             Se il giudice dell’opposizione all’ordinanza emessa nella prima fase del rito “Fornero” possa essere lo stesso giudice che ha emesso l’ordinanza impugnata o se debba essere un giudice diverso.

Ebbene, al momento regna sovrana l’incertezza, e si contano decisioni differenti da Tribunale a Tribunale, e sovente da giudice a giudice dello stesso Tribunale, con il drammatico risultato che cause analoghe vengono assoggettate a procedure opposte, a seconda del giudice cui sono assegnate. Ne consegue un’assoluta incertezza giuridica da cui deriva inevitabile pregiudizio nella difesa di diritti fondamentali (ricordiamo che si versa in materia di licenziamento, cioè quando una persona ha perso un posto di lavoro).

E’ evidente l’urgenza di porre fine ad uno stato di cose ormai intollerabile, che riguarda migliaia di persone, ed ha rilevanza nazionale.

Sarebbe auspicabile l’abrogazione del rito giudiziale Fornero, di cui francamente non vi è alcun bisogno.

In subordine, una soluzione potrebbe essere quella che il legislatore:

1)             modificasse l’art. 1, comma 48, della legge 92/2012 sancendo espressamente la facoltatività del rito speciale relativo all’impugnativa giudiziale dei licenziamenti in regime di tutela reale;

2)             modificasse l’art. 1, comma 52, della citata legge disponendo espressamente l’incompatibilità del giudice che ha emesso l’ordinanza a decidere la fase dell’opposizione.

 


ULTERIORI SPUNTI DI RIFLESSIONE PER MIGLIORARE LA GIUSTIZIA

 

PER QUANTO RIGUARDA LA MAGISTRATURA

Da decenni avvocati e magistrati denunciano lo stato, ormai insostenibile della Giustizia Italiana. Si sono spese pagine e pagine di denunce e di proposte, rimaste lettera morta il più delle volte per una ragione: l’asserita mancanza di fondi.

Al riguardo basta leggere i rapporti del CSM e delle varie rappresentanze degli operatori di Giustizia, che denunciano costantemente la mancanza di organico e di risorse necessarie per evadere la domanda dell’utenza.

Questa denuncia, che ormai è un grido disperato, non può che essere anche nostro.

 

Ecco i numeri tratti dal sito internet del CSM, i quali non abbisognano di ulteriore commento.

 

MAGISTRATURA ORDINARIA

                                      Totale                 Uomini                   Donne

Magistrati in servizio          9142                   4738                     4404

Uditori                                649                     225                      424

Fuori ruolo                          161                     94                         67

Magistrati in servizio

in Uffici Giudiziari           8259                  4362                      3897

di cui Giudicanti                 6166                  3085                      3081

di cui requirenti                  2093                   1277                       816

 

MAGISTRATURA ONORARIA

                                                   Posti in Organico           Posti Coperti

Componente privato              

Corte App. Minorenni                              352                             326

Componente privato

Tribunale minorenni                                 753                             726

Esperto Sorveglianza                                488                             445

Esperto Tribunale                                                                         23

Giudici di Pace                                         4690                           2052

Giudice Onorario Tribunale                      2647                           2015

Vice procuratore onorario                         2048                           1732

 

INDICI SCOPERTURA

Posti in organico             15,17%

Giudicanti                       15,3%

Requirenti                       14,78%

 

Non è possibile nascondersi dietro un dito.

La Giustizia Italiana necessita di risorse, umane ed economiche.

Tuttavia, senza pretesa di soluzione definitiva, è possibile ragionare su alcuni accorgimenti che potrebbero, a nostro avviso apportare immediato beneficio e miglioramento, seppur limitato.

Ecco alcune riflessioni che ci sentiamo di proporre, per un dibattito condiviso tra gli operatori di giustizia.

1) Si potrebbe eliminare la figura del Giudice Collegiale nel primo grado di giudizio, salvo che per i procedimenti in materia di famiglia e di minori.

Questo semplice intervento consente di incrementare la disponibilità di Magistrati e di ridurre le lungaggini legate alla difficoltosa calendarizzazione di udienze collegiali. In definitiva, si incrementa l’efficienza fermo restando il costo per la Giustizia.

2) Assunzione di un maggior numero di MAGISTRATI ONORARI.

Al riguardo sarebbe auspicabile preferire figure professionali di esperienza nel settore, quali Avvocati (con esperienza almeno triennale) o magistrati in pensione.

Sarebbe, inoltre, consigliabile procedere ad una migliore razionalizzazione delle competenze dei Magistrati Onorari.

3) Effettività del calendario del processo e termini perentori anche per i Giudici

Una Giustizia efficiente richiede tempi certi. Tempi certi possono essere garantiti solo se sussistono certe condizioni, quali ad esempio la copertura di organico necessaria per evadere la domanda di Giustizia. Ecco perché è necessario ragionare in punto di razionalizzazione (ed anche incremento, non lo si nega) delle risorse, umane ed economiche.

Solo così i magistrati potranno (e dovranno)

a) procedere ad una calendarizzazione ragionevole della causa, ex art. 81 81 bis disp. att. c.p.c.;

b) rispettare dei termini perentori nell’ambito del processo, che potranno essere previsti anche per il giudicante;

c) procedere ad una gestione delle udienze che preveda la fissazione di una data e di un’ora precisa per cadauna, evitando così che avvocati e cittadini siano costretti ad attendere, spesso per ore, il proprio turno di udienza.

 

ISTITUZIONE DI UNA UNITA’ DI CRISI IN MATERIA DI GIUSTIZIA

Infine rileviamo come, per affrontare le esigenze della Giustizia, sotto tutti gli aspetti che la concernono (le risorse, gli organici, le riforme di procedura, etc.) pare necessaria l’istituzione di una vera e propria UNITA’ DI CRISI come avviene in caso di eventi catastrofici e drammatici. Esattamente l’attuale situazione della Giustizia italiana.

Tale unità dovrà comprendere rappresentanze di tutti i soggetti che operano nel settore della Giustizia (inclusa  l’avvocatura), al fine di monitorare lo stato, di raccogliere e segnalare situazioni di criticità, e di ragionare su possibili soluzioni sia immediate e magari provvisorie, sia definitive.

*****

Il Movimento Forense

Il Presidente Avv. Massimiliano Cesali

Il Comitato Scientifico del Movimento Forense

Avv. Barbara Dalle Pezze

 


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