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ANNULLAMENTO DEL MATRIMONIO E NULLITA' MATRIMONIALI

Disciplina canonica del matrimonio concordatario: dichiarazione di nullità in sede ecclesiastica.

Di seguito la prolusione tenuta dal collega Giosue Marigliano, avvocato della Rota Romana in occasione del relativo convegno sul tema delle nullità matrimoniali canoniche tenuto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

 

NULLITA' EX PARTE CONSENSUS

 

Vista la rinnovata concezione di matrimonio che ha trovato espressione nella dottrina del Concilio Vaticano II (vedere cioè nel matrimonio un evento che interessa essenzialmente la vita dei due coniugi, ponendo l'accento sul carattere di impegno personale che esso comporta e quindi dare rilievo alla volontà dei contraenti), si attribuisce sempre maggiore rilevanza al ruolo svolto dal consenso matrimoniale per la valida costituzione del matrimonio.

 

Illustriamo quindi le varie ipotesi di nullità ex parte consensus delineate dal codice canonico cominciando da quelle attinenti alla stessa capacità a prestare il consenso, derivante da un adeguato possesso di facoltà psichiche, a porre in essere un atto di volontà idoneo a dar vita al matrimonio.

Si tratta di un particolare caso di incapacità al matrimonio che, come tale, potrebbe essere inquadrato nell'ambito degli impedimenti matrimoniali, di quelle circostanze, cioè, che incidono sulla naturale capacità dell'uomo al matrimonio.

 

Il Codex Juris Canonici del 1983 ha delineato, con il canone 1095, nn. 1-3, 3 figure tipiche riconducibili a tale più generale ipotesi di nullità matrimoniale. È bene precisare che il campo delle anomalie psichiche presenta tale complessità, multiformità, incertezza di contorni da rendere quanto mai problematico il tentativo di operare precise definizioni e catalogazioni.

 

1. La mancanza di sufficiente uso di ragione (can. 1095, n. 1)

Sono i casi di grave alterazione delle facoltà psichiche che rendono il soggetto, per usare una espressione comprensibile "incapace di intendere e di volere", non in grado di autodeterminarsi in modo cosciente e libero nei confronti della normale attività richiesta dalla vita di relazione. Il soggetto non ha un uso adeguato delle facoltà intellettive e volitive.

Tale incapacità può essere provocata sia:

a) da carenze psichiche di carattere permanente derivanti da malattie mentali o psicosi (schizofrenia, paranoia, psicosi maniaco-depressiva;

b) da malattie organiche che incidono gravemente sulle condizioni mentali del soggetto (uso di alcolici o sost. stupefacenti).

Occorre provare l'antecedenza, la conseguenza e la concomitanza al matrimonio.

 

2. Il defectus discretionis iudicii (can. 1095, n. 2)

Hanno rilievo anche anomalie psichiche o caratteriali che non sono considerate vere e proprie affezioni psicotiche (o come si dice "malattie mentali") e che non incidono sulla generale capacità di intendere e di volere del soggetto. Sono persone che non presentano carenze vistose nella normale attività di relazione, che risultano spesso inserite nella vita sociale e professionale, ma che non posseggono un grado sufficiente di consapevolezza e libertà di fronte agli obblighi fondamentali del matrimonio.

Si hanno così: personalità psicopatiche, nevrosi, psicastenia, isteria, immaturità psichica o affettiva o anche situazioni contingenti che possono produrre nel soggetto  stati di intima conflittualità, di grave indecisione, di estrema ansietà, che mal si conciliano con quella responsabile consapevolezza, con quell'equilibrio delle facoltà psichiche necessario per esprimere un consenso matrimoniale veramente idoneo a dar vita ad un impegno destinato a durare tutta la vita e a coinvolgere profondamente l'esistenza individuale.

Dal punto vista probatorio, tramite perizia, occorrerà dimostrare la sussistenza di particolari condizioni morbose o particolari stati di natura psichica che abbiano influito negativamente sulla normale autonomia della volontà, rendendo il soggetto incapace di resistere alle pulsioni interne e d i conservare una sufficiente libertà di autodeterminazione.

 

3. L'incapacitas assumendi ac adimplendi onera coniugalia essentialia (can. 1095, n. 3)

Coloro che per cause di natura psichica non possono assumere gli oneri, sono incapaci ad assumere le obbligazioni fondamentali del matrimonio. La figura dell'incapacità di assumere le obbligazioni essenziali, dalla ninfomania e dall'omosessualità, è stata poi estesa ad altri casi di deviazioni o perversioni sessuali (transessualismo, travestitismo, masochismo, feticismo, alcuni casi di immaturità psico-affettiva e sessuale)

Dalle affezioni a sfondo sessuale si è poi passati ai disturbi di carattere psichico e caratteriale, quali si riscontrano nelle diverse forme di personalità psicopatica, paranoide, isterica, in soggetti affetti da psicosi latente (anche detta “borderline“), tali da non consentire la effettiva costituzione di un consortium totius vitae ed educazione della prole.

A differenza del "defectus" che attiene alla capacità di intendere e di volere i contenuti essenziali del matrimonio, l'"incapacitas" attiene alla idoneità a far fronte a quanto da essi richiesto in termini di comportamento personale.

Benché emerga solo nel corso della vita matrimoniale, l'incapacitas deve essere comunque antecedente al matrimonio (anche se solo in forma latente devono essere presenti nel soggetto quelle anomalie o distorsioni della personalità che impediranno poi concretamente di far fronte agli impegni propri dello stato coniugale) e perpetua (cioè non sanabile con i rimedi terapeutici ordinari).

 

 

LA SIMULAZIONE DEL CONSENSO

Se la volontà non è diretta a porre in essere un matrimonio dotato di tutti quegli elementi che sono ritenuti essenziali dall'ordinamento giuridico per la sua valida esistenza, quindi risultando inidonea a dar vita ad un vero matrimonio, e quindi la volontà interna (quella effettiva del soggetto che è l'unica che veramente conta ai fini della valida costituzione del vincolo coniugale) risultasse difforme da quella esteriormente manifestata, rientreremmo nelle ipotesi di simulazione (can. 1101).

Risultando indifferente se trattasi di simulazione totale (divergenza radicale e completa tra volontà dichiarata e l'interno volere), o parziale (in cui la divergenza si limita e si concentra soltanto su di un elemento o proprietà essenziale).

Dal punto di vista delle conseguenze giuridiche nulla rileva la distinzione, più civilistica, tra simulazione e riserva mentale (quando la volontà manca all'insaputa dell'altro): in entrambi i casi non può formarsi un consenso idoneo a dar vita ad un valido matrimonio.

Altrettanto irrilevante è la consapevolezza o meno che il contraente abbia dell'efficacia invalidante che assume l'esclusione del contenuto sostanziale del matrimonio: nel dir. canonico l'invalidità è un concetto di carattere oggettivo. Quello che conta non è che i nubendi abbiano o meno la consapevolezza dell'invalidità, ma che vi sia un atto positivo di volontà ossia una volontà specificamente ed effettivamente diretta ad escludere un elemento essenziale del matrimonio.

 

Nel can. 1101 sono ricomprese 5 ipotesi di simulazione parziale derivanti o

A. dall'esclusione di una delle due proprietà essenziali, vale a dire unità ed indissolubilità, oppure

B. dall'esclusione di uno dei tre elementi essenziali, costituiti dal bene dei coniugi, dalla generazione ed educazione della prole, e dalla sacramentalità del matrimonio.

 

L’ESCLUSIONE DELL’UNITÀ-FEDELTÀ del matrimonio comporta la nullità del matrimonio quando una o entrambe le parti, con una volontà positiva, intendono non impegnarsi alla fedeltà verso l’altro coniuge riservandosi la libertà di avere relazioni extraconiugali (sia eterosessuali che omosessuali), volendo un matrimonio, per così dire, ‘aperto’.

Parimenti si presume abbia escluso il dovere della fedeltà:

1.-chi sposa con l’intenzione di non abbandonare l’amante;

2.-chi lo esclude con una condizione sine qua non;

3.-chi immediatamente prime e dopo il matrimonio coltiva relazioni intime con altre persone.

E’ bene chiarire subito che non ha alcuna efficacia invalidante una semplice propensione verso l’infedeltà, essendo necessario, invece, accertarsi dell’effettivo proposito di dar vita ad un matrimonio «extra et contra doctrinam Christi et Ecclesiae».

 

L’ESCLUSIONE DELL’INDISSOLUBILITÀ del matrimonio comporta la nullità del matrimonio quando una o entrambe le parti, con una volontà positiva, intendono non porre in essere il vincolo perpetuo che li lega per tutta la vita riservandosi il proposito di riprendersi la propria libertà, nel caso di infelice (o diversamente sperato) esito dell’unione coniugale, attraverso il divorzio o l’annullamento del matrimonio.

Parimenti si presume avere escluso il bene dell’indissolubilità colui che  si proponesse di tentare un matrimonio ‘a prova’, da sciogliere in determinate circostanze, con il riacquisto della piena libertà. Anche in tali circostanze la propensione o la semplice previsione, ad esempio del divorzio, non è sufficiente ai fini di una pronuncia di annullamento.

Occorrerà valutare:

- i convincimenti religiosi di chi avrebbe escluso l’impegno perpetuo nel matrimonio;

- i convincimenti matrimoniali dello stesso (essere un divorzista, militare per movimenti politici pro divorzio etc.);

- come sia trascorso il fidanzamento, se, cioè, vi siano state interruzioni, se sia stato oltremodo litigioso;

- se, a causa di quanto appena detto, vi fossero dubbi, preoccupazioni nell’imminenza delle nozze, di un infelice esito del matrimonio;

- occorrerà anche valutare perché mai il soggetto celebrò matrimonio religioso (se fosse stato forzato dalle convenzioni sociali o se lo avesse scelto liberamente, se fu proposta la semplice convivenza o il matrimonio solo civile, etc.).

 

L’ESCLUSIONE DEL BENE DEI CONIUGI comporta la nullità del matrimonio quando una o entrambe le parti, con una volontà positiva, intendono non impostare il loro rapporto matrimoniale su una compartecipazione di affetti e sentimenti, rifiutando, quindi, l’amore coniugale inteso non in senso meramente erotico ma tendente al bene ed alla felicità dell’altro.

 

L’ESCLUSIONE DELLA GENERAZIONE E DELL’EDUCAZIONE DELLA PROLE comporta la nullità del matrimonio quando una o entrambe le parti, con una volontà positiva, intendono, in maniera assoluta e senza limiti di tempo, non mettere al mondo figli. Se la prole si esclude temporaneamente perché per qualsiasi motivo si vuole attendere ad avere figli, il matrimonio è da considerarsi validamente sorto. Qualora, però, tale esclusione temporanea da parte di uno dei coniugi sia arbitrariamente e continuativamente il sintomo di una effettiva negazione del diritto dell’altro ad averne, occorrerà attentamente verificare se quella esclusione temporanea non sia in realtà perpetua.

L’esclusione della prole, inoltre, può essere condizionata ad esempio quando si ammetta di avere un figlio solo al raggiungimento di una certa posizione economica oppure di un certo grado di armonia tra i coniugi: anche in tali circostanze questa limitazione temporale potrebbe determinare la nullità del matrimonio.

Occorrerà, inoltre, valutare:

- che tipo di cautele anticoncezionali venivano eventualmente prese;

- per quale motivo si escludeva la prole: ad es. convinzione che sono un ostacolo alla propria libertà o alla propria realizzazione professionale o convinzione che siano un onere superiore alle proprie forze;

- se uno o entrambi i coniugi intendevano il rapporto matrimoniale come esclusiva vita a due anche per evitare le noie e i fastidi causati dai figli;

- il motivo che spinse, nonostante l’esclusione in esame, alle nozze religiose;

-quale reazione abbia avuto l’asserito simulante in caso di gravidanza non voluta (se ne abbia proposto l’interruzione o se sia stato contento alla nascita dei figli);

- se vi siano state, durante il matrimonio, interruzioni di gravidanza e per quale motivo;

- se vi siano state richieste di figli da parte dell’altro coniuge e come l’asserito simulante abbia risposto;

- se i motivi della fine del matrimonio possono essere ricondotti alle divergenze circa la presenza o meno dei figli nel matrimonio.

 

L’ESCLUSIONE DEL VALORE SACRAMENTALE DEL MATRIMONIO comporta la nullità del matrimonio quando una o entrambe le parti, con una volontà positiva, intendono escludere l’elemento della sacramentalità del matrimonio.

In tale ipotesi il nubente opererebbe la seguente distinzione: voglio il contratto-matrimonio ma ne escludo la sacramentale dignità. In tali casi, non essendo presente nel simulante alcuna traccia di fede, si intenderebbe il matrimonio come qualcosa di diverso da quello voluto dalla Chiesa.

 

L’ERRORE SULL’IDENTITÀ DELLA PERSONA (can. 1097, § 1) determina la nullità del matrimonio (per mancanza di consenso) perché riguarda l’oggetto sostanziale del patto coniugale: il consenso, difatti, è rivolto ad una persona diversa da quella che si intendeva sposare.

Ciò avviene soprattutto nei matrimoni per procura.

 

L’ERRORE SU UNA QUALITÀ DELLA PERSONA (can. 1097, § 2) determina la nullità del matrimonio (per mancanza di consenso) quando per il contraente la qualità (che ravvisa nell’altro e su cui erra) è talmente più importante della persona (che si sta per sposare), da costituire l’elemento essenziale del progetto matrimoniale che egli intende realizzare.

In altre parole il soggetto vuole sposare la qualità, piuttosto che la persona: è indifferente quale persona rivesta la qualità che si intende, direttamente e principalmente, ‘sposare’. Qualora la qualità così intesa dalla parte dovesse mancare, cadrebbe l’unico elemento che determinò in lui la decisione matrimoniale rendendo (forse) impossibile la nascita di una vera comunione di vita coniugale.

Occorrerà valutare:

- se la qualità personale fosse una e ben definita o fossero, piuttosto, una serie di qualità;

- quale importanza veniva data alla presenza (o assenza) di quella qualità;

- il tipo di reazione avuto da chi scopre di aver errato.

 

IL DOLO, (can. 1098) quale figura di vizio del consenso invalidante il matrimonio, può essere definito come un inganno provocato per ottenere dall’altro il consenso al matrimonio; tale inganno deve riguardare una qualità (del soggetto che inganna) che per sua natura può perturbare gravemente il matrimonio.

In altre parole si ha dolo quando un soggetto volutamente finge (di avere) una determinata qualità inducendo dolosamente (sia con un’azione che con un’omissione o con un silenzio), un’altra persona a celebrare il matrimonio.

Il dolo, a differenza di quanto accade nell’errore su una qualità della persona, per avere rilievo invalidante, può provenire anche da una terzo soggetto, e non necessariamente da una parte a danno dell’altra.

 

LA VIOLENZA O IL TIMORE (can. 1103) determinano l’invalidità del matrimonio se concorrono i seguenti requisiti:

1.deve essere grave, sia in senso oggettivo ma anche in senso soggettivo, vale a dire relativo all’indole, al sesso, all’età di chi subisce o di chi incute il timore o relativo al rapporto intercorrente tra chi subisce e chi incute timore;

2.deve provenire dall’esterno, dal comportamento volontario di un’altra persona;

3.ma non deve necessariamente essere stato provocato al fine di indurre al matrimonio, potendo, cioè, anche essere non intenzionale;

4.senza dare alcuna alternativa, costringendo la parte a scegliere il matrimonio quale mezzo necessario ed unico per liberarsi dal timore di subire violenze fisiche o psicologiche.

Il timore può inoltre essere “reverenziale” quando, per il particolare tipo di rapporto che lega chi subisce e chi incute il timore (genitore-figlio, tutore-tutelato etc.), in cui vi è una sorta di dipendenza psicologica ed affettiva, si sceglie il matrimonio quale unico rimedio. In tale caso l’unica via d’uscita possibile (la celebrazione delle nozze, appunto), non è per l’angoscia di azioni particolarmente violente (minacce, percosse etc.), ma perché dietro forti insistenze, disappunti, e recriminazioni di fronte alla riluttanza espressa nei confronti del matrimonio, si ha paura di arrecare un dolore, un dispiacere o un rancore alla persona che insiste a che venga celebrato il matrimonio.

 

LA CONDIZIONE DE FUTURO (can. 1102), a cui la persona lega la validità del matrimonio, determina la nullità sin dall’inizio del matrimonio cui è apposta, indipendentemente dal successivo verificarsi dell’evento cui essa si riferisce. In tale circostanza manca del tutto la volontà matrimoniale dal momento che l’efficacia del matrimonio viene subordinata al verificarsi o meno di un evento futuro ed incerto.

La condizione de praeterito vel de praesenti, a cui la persona lega la validità del matrimonio, invece, rende valido o meno il matrimonio cui è apposta a seconda che esista o no il presupposto della condizione. Non basta, cioè, dimostrare l’apposizione di tale condizione, ma occorrerà verificare se la circostanza o l’evento che ha condizionato il consenso esisteva o meno al tempo del matrimonio.

Ai fini della prova, sarà importante verificare quale importanza veniva data all’evento o al fatto legato alla condizione e la reazione avuta dopo le nozze allorquando si è conosciuto che la condizione non si è verificata. È chiaro che non fare nulla (lasciare la casa coniugale, ad esempio) e rimanere nella situazione coniugale è indizio contrario alla prova dell’apposizione di una vera condizione.

 

IL MATRIMONIO RATO E NON CONSUMATO, tra battezzati e tra una parte battezzata e l’altra non battezzata, per un giusto motivo (si tenga presente che i coniugi non hanno un diritto allo scioglimento del loro matrimonio, ma soltanto una legittima aspettativa di ottenere dal Pontefice una dispensa) può essere sciolto dal Romano Pontefice, su richiesta di entrambe le parti o di una delle due, anche se l’altra parte fosse contraria.

Secondo il Codice di Diritto Canonico si ha consumazione del matrimonio quando i coniugi hanno compiuto tra loro in modo umano (vale a dire volontariamente e coscientemente), l’atto per sé idoneo alla generazione della prole, al quale per sua natura è ordinato il matrimonio e per il quale i coniugi divengono una sola carne (cfr. can. 1061).

Concretamente ci si riferisce al primo atto sessuale compiuto dopo la prestazione del consenso. Non hanno, quindi, rilievo alcuno (ai fini della consumazione) eventuali rapporti prematrimoniali. Potrebbe non essere concessa la dispensa nei casi di inconsumazione ma con parallelo concepimento indotto con la procreazione artificiale.

 

Avv. Giosue Marigliano


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